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Lavoro e figli: i papà si sentono più in colpa delle mamme

di Emanuela Di Pasqua
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Non sono solo le donne a soffrire per il tempo rubato alla prole nel nome del lavoro. Anzi. Secondo un recente sondaggio la percentuale dei padri che vive male il distacco dai figli è del 48 per cento, contro il 26 per cento delle donne. Ma il motore di questo desiderio di esserci non dovrebbe essere il senso di colpa

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Non sono solo le donne a soffrire per il tempo rubato alla prole nel nome del lavoro. Anzi. Secondo un recente sondaggio la percentuale dei padri che vive male il distacco dai figli è del 48 per cento, contro il 26 per cento delle donne. Ma il motore di questo desiderio di esserci non dovrebbe essere il senso di colpa

Il fatto che i padri si siano messi a fare i padri non è più una notizia, ma potrebbe esserlo il fatto che anche loro soffrono a dedicare poco tempo ai figli, proprio come le compagne.

Un fenomeno tutto nuovo

Un recente sondaggio targato Pew Research Center rivela che il 48 per cento dei maschi si sente in colpa per il tempo che il lavoro ruba alla prole, a fronte di un 26 per cento delle donne. E come le cosiddette mummy wars, alle prese con la lotta quotidiana tra incombenze famigliari e d’ufficio, vivono dilaniate tra l’impulso di prendersi cura dei bambini e il desiderio di realizzarsi, anche i dads wars sperimentano questo strano sentimento. Anzi, trattandosi di un fenomeno relativamente nuovo, i papà sembrano ancora più combattuti rispetto alle donne che, dopo anni di salti mortali, evidentemente hanno imparato a fare i conti con quel senso di inadeguatezza e quella dicotomia perenne lavoro/figli.

La storia di Federico

“Per me è la seconda paternità, anche se quella per Valeria è molto più breve di quella che presi per Martina. E confermo un senso di mancanza profonda quando sono al lavoro, proprio perché so quello che mi sto perdendo” dichiara Federico, giornalista con un’esperienza di congedo parentale molto pubblicizzata. “Ma io non voglio parlare di sensi di colpa. Per me non è stato quello il motore, ma semplicemente il desiderio di vivere fino in fondo l’esperienza di genitore, di aiutare le mie bimbe a crescere e di crescere insieme a loro”. Vero è però che Federico sa cosa voglia dire il cambiamento galoppante di un bimbo/a in crescita, tutte le prime volte che si susseguono ogni giorno e “quando sei in ufficio per certi versi è un sollievo, perché senti uno sgravio rispetto alle responsabilità di qualsiasi altro lavoro, ma è doloroso pensare al mondo che ti stai perdendo e che non tornerà mai più. Ora che sono a casa, invece, mi sento privilegiato ad assistere in fieri a questi piccoli, grandi mutamenti”. E quando torna la loro mamma Federico le dice, quasi con un senso di rivalsa: “Hai visto cosa hanno imparato a fare oggi Valeria e Martina (e stavolta te lo sei persa tu…)?”.

Le aperture ai papà

I padri stanno vivendo un’epoca strana. Ce lo spiega bene Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della fondazione Minotauro, che ci fa notare come oggi i figli sono condivisi, perché figli di una relazione e di un progetto comune, concepiti anche mentalmente in una coppia spesso interscambiabile dove vige una redistribuzione dei ruoli. “I maschi partecipano, talvolta prendono il congedo parentale se possono (e se vogliono), sono vicini ai figli, li vedi in giro marsupiati e affettuosi. Ma poi, la società non dà loro spazio quanto alle madri, mentre nel frattempo i maschi di oggi sentono ancora una responsabilità lavorativa maggiore rispetto alle donne” osserva Lancini. Insomma, gli uomini sperimentano sentimenti ambivalenti: “Da una parte si aprono all’affettività, dall’altra si trovano alle prese con un senso di esclusione e con delle finte aperture della società, perché continuano a essere sotto-rappresentati in molte occasioni”.

Pochi uomini chiedono il congedo di paternità

Secondo le statistiche, appena il 7 per cento dei padri in Italia sceglie il congedo parentale. Anche per questo, un emendamento alla legge di stabilità, ancora al Senato, prevede il congedo obbligatorio di 15 giorni per i papà.  In America, intanto, c’è addirittura un’inversione di tendenza. In quattro anni (dal 2010 al 2014) la quota delle aziende che offre la possibilità ai papà di assentarsi per occuparsi dei figli è scesa infatti di cinque punti percentuali, anche perché i maschi si sono accorti che decidere di fare il papà a tempo pieno per un certo periodo può essere penalizzante per la carriera. Insomma, si sono trovati alle prese con gli stessi problemi che hanno le donne quando si assentano dal lavoro alla nascita di un figlio. Alla fine, checché ne dicano i sostenitori della gender equality, nella maggior parte dei casi continuano a essere le donne che vivono certi equilibrismi, certi conflitti, ma anche certe emozioni totali. In America come in Italia la sfida è convincere i datori di lavoro a offrire il congedo, ma anche i maschi a chiederlo.

Il mercato del lavoro è poco a misura di papà

Il mercato del lavoro, salvo in qualche settore, è deregolamentato e poco a misura di papà: c’è qualche esempio in settori particolari, ma nella maggior parte dei casi il padre che sta a casa viene visto ancora con sospetto. Come Federico, al quale qualche collega o amico chiedeva ironicamente: “quando inizi ad allattare?”. Nonostante questo si iniziano a sentire storie di vita che fanno riflettere: Giorgio ha accettato un rallentamento nella propria carriera di avvocato per seguire di più i figli, mentre Silvano ha addirittura cambiato lavoro, scegliendo l’insegnamento rispetto a una carriera aziendale e una vita più a misura di famiglia. Che il percorso degli uomini sia destinato a seguire le tappe di quello femminile?

 

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