Ora si mostra il lavoro rubato

Credits: Uno degli scatti della mostra "Il lavoro rubato” di Francesca Romano
007 - Interno della fabbrica Nokia Jabil, corridoio d’ingresso. Febbraio 2013.
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di

Myriam Defilippi

Una mostra fotografica racconta la chiusura della Nokia Jabil e il presidio dei lavoratori: una storia simbolo dell'Italia delle fabbriche e dei licenziamenti di questi anni

 

 

Un corridoio di mattonelle dai colori vibranti ma così innaturalmente vuoto che pare dirigersi verso il nulla. È una delle immagini che più scuotono lo sguardo e il cuore nella mostra Il lavoro rubato, aperta dal 29 maggio al 5 giugno all'Umanitaria di Milano nell'ambito del Photofestival. Questi scatti raccontano, con desolazione e tenerezza, la chiusura di una fabbrica, la Nokia Jabil a Cassina de’ Pecchi, e del presidio permanente organizzato dalle persone che lì lavoravano. Una storia di licenziamento e lotte che ne evoca altre simili, sparpagliate nell’Italia di questi ultimi anni. 

A farmela percorrere sono con me due guide speciali: Francesca Romano, l’autrice del fotoreportage, e Anna Lisa Minutillo che in quello stabilimento è entrata nel 1985 e vi è rimasta fino al giorno in cui, nel 2011, un fax ha annunciato a lei e ai suoi 324 colleghi che sarebbero rimasti a casa.

Francesca, Anna Lisa e io siamo, per coincidenza anagrafica, tutte e tre del 1966. Quando siamo nate questa storia era iniziata da appena due anni: con il trasferimento, da parte della Marelli Lenkurt, della sua produzione di ponti radio al km 158 della strada padana superiore. Lì, alla periferia di Milano, c'era Cassina de’ Pecchi, piccolo Comune cresciuto proprio grazie alla fabbrica e al suo indotto.

Con il tempo l’azienda cambia nomi e proprietà, ma non l’anima e mantiene, con orgoglio, la sua eccellenza. Complesse vicende societarie portano però nel 2009 alla cassa integrazione ordinaria e, mentre i libri contabili finiscono in tribunale, via via a scivolare si ricorre ad altri ammortizzatori sociali, dalla cassa straordinaria fino alla mobilità.

Francesca arriva a Cassina de' Pecchi a presidio allestito: i lavoratori hanno iniziato subito a pattugliare lo stabilimento per evitare che la proprietà trafugasse macchinari e semilavorati. Hanno realizzato una tensostruttura  là dove una volta c'era il parcheggio per i motocicli.

"Gli operai mi hanno fatto entrare nella fabbrica vuota" ricorda Francesca Romano."E' stato uno strazio vedere le macchine accese e loro azzerati nella propria dignità di padri e madri di famiglia. Ho sentito un profonda ferita nell’anima collettiva. Ho cercato di restituire loro, col mio lavoro, i valori che mi hanno trasmesso".

In primo luogo, la solidarietà: la documentano scatti proposti con l'essenzialità del bianco e nero, come quello delle operaie che affettano il pane per il pranzo collettivo. "Si è riscoperto un vivere antico" spiega Anna Lisa Minutillo. "Con il dono, per esempio, di vestiti da parte di chi ha figli grandi a chi li ha più piccoli. E il presidio è diventato per tanti bambini un luogo in cui celebrare i Natali e i compleanni".

Si trova anche il gusto di festeggiare, quello resta però un luogo di lotta contro il licenziamento. "Non vogliamo piegare la testa, vogliamo vigilare per far sì che non vada sprecato un patrimonio così ricco, costituito da uno stabilimento e da tante persone di elevata professionalità. Uno dei meriti di questa mostra è chiamare le cose con il loro nome: si intitola "Il lavoro rubato". E io mi arrabbio quando sento dire: hai perso il lavoro. No, non l'ho perso me lo hanno rubato".

La voce e il lessico di Anna Lisa, single monoreddito che con marzo ha visto chiudersi anche il periodo di mobilità, si addolciscono quando rievoca la sua attività. E' stata una delle prime donne collaudatrici di circuiti: operava in laboratori sterili, dove si usano materiali nobili e occorrono un'ottima vista e manualità perché si lavora con micro componenti.

Un compito complesso, "ma" dice con afflato quasi materno, "era appassionante dare vita a quei speciali apparati". E anche dell'azienda parla con affetto: "Senza un posto, io e  tanti altri ormai viviamo vite sospese. In quella fabbrica però abbiamo trascorso molti anni, per questo, anche quando è stata chiusa, ce ne siamo presi cura".

Lei e alcuni colleghi in questi lunghi mesi hanno contribuito alla costituzione di un comitato che riunisce  stabilimenti in lotta, hanno partecipato ad assemblee in vari Comuni dove hanno spiegato la loro esperienza perché serva da esempio, sono andati a parlare a tanti studenti: "Le parole sono pietre, ma i silenzi sono montagne. E certe battaglie non devono essere rese note".

Il nostro sguardo è poi catturato dalla foto di una parete rossa su cui campeggiano l'immagine di un bambino, databile agli anni Sessanta, e, appeso a un chiodo, un grembiule da operaio. Due mondi che paiono consegnati al passato e che che mi spingono a chiedere: "Anna Lisa, ma tu pensi davvero di poter tornare un giorno a lavorare nella tua fabbrica? . La sua risposta ridimensiona il mio cinismo: "Io non smetto di credere ai sogni".

Voi avete vissuto o conoscete storie simili a quella della Nokia Jabil?

 

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