4 motivi per cui servono più donne nella scienza

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Ilaria Amato

Lo dice l’Unesco: l’Italia è fanalino di coda per la presenza femminile in campo tecnico-scientifico. Eppure le studentesse hanno voti migliori. E nel mondo del lavoro il loro contributo è fondamentale

Che le donne siano quasi sempre escluse dai Nobel nelle discipline scientifiche ormai non fa più notizia: anche quest’anno le scienziate sono state le grandi assenti. Finora il riconoscimento è arrivato in mani femminili solo 18 volte, di cui 2 a Marie Curie, per Fisica e Chimica. L’Italia non contribuisce a migliorare i numeri: secondo l’Unesco, la nostra presenza femminile nei settori chiave del futuro è ancora troppo debole e la percentuale di donne che occupano posizioni tecnico-scientifiche è tra le più basse dei Paesi Ocse (il 31,7% contro il 68,9% di uomini). La causa? C’è una “evaporazione”: le ragazze partono bene, perché dalle elementari al dottorato di ricerca prendono voti migliori in matematica e scienze, però poi hanno difficoltà a scegliere le cosidette Stem (acronimo inglese di Science, technology, engineering e mathematics) per la loro carriera. Nell’università, circa il 70% delle donne è ricercatrice, ma solo il 10% diventa professore ordinario rivela “Donne&scienza”, una indagine del Centro studi di genere di UniTrento. Ecco, di seguito, 4 buoni motivi per cui sarebbe utile a tutti invertire la tendenza.

1. Fanno progredire la ricerca

Uomini e donne hanno atteggiamenti diversi nell’approccio scientifico. «L’intuito e la consequenzialità logica, tipiche doti femminili, sono competenze che si dimostrano già oggi utilissime nella scienza» dice Gabriella Greison, fisica e scrittrice. «Anche la caparbietà aiuta ad andare lontano: se abbiamo un compito, di certo noi donne lo portiamo a termine. La saga di Harry Potter lo dimostra: il maghetto ha il dono dei poteri speciali, Hermione con studio e abnegazione raggiunge risultati simili, se non superiori, al suo amichetto». Ma allora, se siamo tanto in gamba, perché non sfondiamo? «Perché la strada della ricerca scientifica è instabile e lunga» dice Francesca Sartori, docente di Sociologia e Ricerca Sociale dell’università di Trento. «Non a caso tendiamo a abbandonarla intorno a 30-40 anni, periodo in cui si fanno scelte di vita importanti come avere dei figli. E le tutele sono poche: la maternità per le ricercatrici è stata introdotta solo nel 2007. Ma sarebbe anche utile garantire alle donne contratti più lunghi, in modo da portare a termine il progetto di ricerca senza dover rinunciare o rimandare le aspettative personali».

2. Rendono le aziende produttive

«Eliminare il gender gap in ambito tecnico e scientifico non è solo una questione di equità, ma garantisce il miglior funzionamento di tutto il sistema » spiega Luisa Cifarelli, presidente della Società italiana di Fisica. «È dimostrato che i gruppi di lavoro che rendono di più sono quelli in cui è rappresentato il pluralismo, di ogni tipo, genere compreso». L’equilibrio tra uomini e donne comporta maggiore soddisfazione sul posto di lavoro, soprattutto in quelli a tradizionale prevalenza maschile come le Stem: i dipendenti si impegnano di più e aumenta la “retention” dei talenti, cioè chi è bravo non se ne va. Sempre più aziende ne sono consapevoli e stanno passando all’azione: la multinazionale americana General Electric, leader nel settore della tecnologia, ha appena lanciato il progetto “Women in tech” con cui punta ad assumere 20.000 donne entro il 2020. Vodafone, dove il 40% delle manager è femmina, offre corsi di coding a ragazze tra i 14 e i 18 anni nei 26 Paesi in cui opera.

3. Aiutano l’economia del Paese

In Italia c’è carenza di laureati, soprattutto nelle materie scientifiche, e questo ci rende meno competitivi: secondo l’Ocse, da noi solo il 18% della popolazione ha un titolo accademico, contro il 33% del resto d’Europa. Le ripercussioni sono tangibili: a livello di disoccupazione siamo al 15% contro la media Ue del 7%. «A questo punto, visto che il 60% delle ragazze porta a termine gli studi accademici prima e con voti migliori dei maschi, varrebbe la pena spingerle verso le Stem: una laurea in ambito tecnico scientifico assicura oltre il 90% di possibilità di trovare un impiego» sostiene la sociologa Francesca Sartori. «Per riuscirci, però, serve sfondare una barriera culturale che ci condiziona fin da piccole, a partire dai giochi: in quelli delle bambine non esiste la competizione, mentre i maschi, tra lotta, corse e videogame, si cimentano in attività in cui c’è sempre una sfida da superare, che è elemento fondamentale nella scienza. In più i genitori, più o meno consapevolmente, hanno aspettative diverse nei confronti delle carriere dei figli maschi e femmine. E anche la scuola fa poco per contrastare gli squilibri di genere: servirebbero corsi di formazione specifici per gli insegnanti e progetti di orientamento alla carriera».

4 Migliorano il budget familiare

Su un totale di 15.000 laureati nel settore letterario, oltre 11.000 sono donne, mentre, su 5.000 dell’ambito scientifico solo 1.500 sono femmine (dati Istat). «Si fa terrorismo mediatico intorno alla scienza: viene sempre presentata come una cosa da uomini, difficile e dura» sostiene la fisica Gabriella Greison. «Le materie umanistiche alle donne sembrano più rassicuranti». Così, molte di noi ripiegano sull’insegnamento, dove, però, il salario medio è di 850 euro contro i 1.400 di un impiego nel campo della scienza. «Far migrare le donne nelle Stem offrirebbe loro la possibilità di avere contratti meglio retribuiti, a vantaggio di tutta la famiglia» dice Luisa Cifarelli. «Per questo è utile spingere su progetti che premiano le aziende che puntano sulle scienziate: in alcune università se un dipartimento, a parità di preparazione, assume una donna al posto di un uomo riceve un incentivo economico».

Le scienziate conquistano il teatro. E la libreria

La data non è casuale: il 7 novembre, giorno in cui si festeggiano i 150 anni dalla nascita della fisica Marie Curie, andrà in scena alla Sala Umberto di Roma Due donne ai raggi X. Il monologo intreccia le vicende di Marie Curie e Hedy Lamarr, diva di Hollywood ma anche scienziata e inventrice del wi-fi moderno. A dar loro voce è la fisica e scrittrice Gabriella Greison (sotto), che da poco ha pubblicato Super donne che hanno fatto la scienza (Salani) e Sei donne che hanno cambiato il mondo. Le grandi scienziate della fisica del XX secolo (Bollati Boringhieri). «Anche loro hanno avuto difficoltà ad affermarsi nelle stem: scoprire come le hanno superate può dare fiducia alle nuove generazioni» dice l’autrice.

Arrivano le Coding Girls

Creare una e-leadership rosa nel settore tecnico e scientifico e mettere in Rete le eccellenze: sono gli scopi della prima associazione nazionale delle Coding girls, nata grazie alla collaborazione tra all’Ambasciata Usa in Italia, Fondazione Mondo Digitale e Microsoft. Tra le iniziative: la maratona formativa che a novembre coinvolgerà 20 scuole a Milano, Roma, Napoli e Catania, con 60 talentuose studentesse che appassioneranno al coding 4.000 loro coetanee.

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