Perché Airbnb e Uber non funzionano in Italia?

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Simone Cosimi

Le alternative a hotel, taxi, ristoranti piacciono ai clienti. Ma si scontrano con ostacoli culturali e interessi economici. Quali soluzioni hanno trovato negli altri Paesi?

L'ultima a finire nel mirino è stata Flixbus, piattaforma tedesca che offre collegamenti low cost in pullman per tutta l’Europa. Dopo molte polemiche, il governo ha abrogato l’emendamento che, su pressione di altri operatori, decretava lo stop al servizio che ha trasportato più di 3 milioni di italiani in 2 anni. Non è l’unico caso: da Uber a Gnammo ad Airbnb, le piattaforme della sharing economy piacciono, e molto, al pubblico (gli utenti del sito di social eating sono 200.000, gli ospiti di affitti brevi 3,5 milioni l’anno), ma si scontrano con lacune legislative e interessi delle lobby. 

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Le leggi in ritardo

«Da noi l’avanzata delle imprese innovative è frenata, con conseguenze negative sulla concorrenza» ammette Andrea Rangone, docente di E-business strategy del Politecnico di Milano e amministratore delegato di Digital 360. «Le ragioni sono semplici: il ritardo nella cultura digitale e le regole, fissate in un mondo analogico, oggi difficili da interpretare». Fra queste la “legge dei taxi”, datata 1992, che regolamentava il settore senza prevedere l’arrivo di nuovi attori né tantomeno di navigatori e smartphone: il governo sta tentando di aggiornarla dopo gli scioperi dello scorso marzo. Per disciplinare Airbnb, addirittura, si dovrebbe fare riferimento alla legge sugli affittacamere modificata all’inizio degli anni ’80, che stabilisce il posizionamento del cartello fuori dalla porta. «In uno scenario così non è facile conciliare diritti e rivendicazioni» conclude Rangone.

Gli esempi da seguire

Anche fuori dal nostro Paese le proteste non sono mancate. Spesso giustificate da interessi economici, dato che «il settore muoverà un giro d’affari da 527 miliardi di euro entro il 2025 solo in Europa», come si legge in una recente indagine di PriceWaterhouse Cooper. Ma sembra che stiano funzionando i tentativi per trovare un equilibrio tra gli interessi contrapposti delle aziende tradizionali e quelli dei consumatori. Per esempio a San Francisco, patria di Airbnb, il limite di 75 notti l’anno che il sindaco voleva introdurre è stato sottoposto a referendum, e hanno vinto i no. A Parigi gli affittuari pagano l’imposta di soggiorno, anche se leggermente più bassa rispetto a quella degli hotel. Il social eating, dagli Usa alla Francia, è disciplinato da norme molto elastiche. Infine a New York, oltre a Uber, esistono ormai altre 5 app che si contendono i passeggeri facendo concorrenza ai tassisti tradizionali. E in Estonia e Germania l’azienda ha raggiunto accordi ad hoc con fisco e ministeri.

A che punto siamo in Italia

UBER All’inizio di aprile il tribunale di Roma ha accolto il ricorso dei tassisti per concorrenza sleale ordinando in tutta Italia il blocco della app, poi sospeso da un pronunciamento del Tar.

AIRBNB Da quest’anno i privati che affittano stanze e case online saranno tassati con la cedolare secca del 21%, esattamente come chi lo fa con contratti lunghi. Ma non è ancora chiaro se sarà la compagnia (che si è detta «pronta a fare la sua parte») a riscuoterli per conto del fisco, come in Spagna.

GNAMMO Destino incerto anche per Gnammo e gli altri siti dedicati all’home cooking. Una proposta di legge già approvata alla Camera pone il limite di non più di 500 coperti e 5.000 euro di incassi all’anno.

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