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Smart work: il lavoro agile arriva anche in Italia

di Francesco Magnani
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Si chiama smart work e si basa su un’idea semplice: non importa se stai a casa o in ufficio, quello che conta è il risultato. Si sta diffondendo (lentamente), ma convince sempre di più (sia le aziende sia i dipendenti). Ecco perché

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Si chiama smart work e si basa su un’idea semplice: non importa se stai a casa o in ufficio, quello che conta è il risultato. Si sta diffondendo (lentamente), ma convince sempre di più (sia le aziende sia i dipendenti). Ecco perché

Immagina una mattina in cui non vai in ufficio oppure, se ci vai, non devi timbrare il cartellino. Perché lavori dove vuoi, quando vuoi e per quante ore vuoi. Lo hanno sperimentato 6.000 “fortunati” che il 6 febbraio a Milano hanno partecipato alla prima Giornata del lavoro agile. O, come si chiama in Nord Europa dove è nato, smart work. In Italia questa organizzazione flessibile è utilizzata sia da piccole società sia da grandi aziende (tra le altre, Siemens, Barilla, Cisco Italia e Amadori). Il suo impatto, dicono i numeri dell’Osservatorio Smart working del Politecnico di Milano, è ancora modesto: coinvolge solo il 5% dei dipendenti, con una netta prevalenza degli uomini (72%) sulle donne (28%). Ma i vantaggi sono notevoli.

REGALA AUTONOMIA «Smart work non significa solo spostare il lavoro dall’ufficio a casa, come succede con il telelavoro tradizionale» spiega Mariano Corso, direttore dell’Osservatorio del Politecnico. «Ma permettere di organizzare il proprio tempo in base alle necessità personali e alla mansione che si sta svolgendo». Internet, i computer portatili e i telefoni di ultima generazione favoriscono sempre di più l’attività a distanza: da soli però non bastano per fare di un impiego un impiego smart. L’ingrediente imprescindibile è la libertà: quella che ti consente oggi di essere operativa da casa perché hai il figlio malato oppure hai bisogno della massima concentrazione, e domani di andare in ufficio perché hai una riunione importante. Ovviamente questo è possibile solo se c’è un patto di fiducia con il proprio datore di lavoro.

RIDUCE L’ASSENTEISMO Negli stabilimenti emiliani della Tetra Pak, multinazionale degli imballaggi all’avanguardia nello smart work, i cartellini sono stati aboliti anche per gli operai e sono stati sostituiti da schede dove ciascuno segna a fine mese le ore lavorate. «Bisogna cambiare la prospettiva: si viene valutati per gli obiettivi raggiunti, non per il tempo trascorso in azienda» dice Corso dell’Osservatorio del Politecnico. Timbrare il badge, così, diventa un rito inutile. Anche perché un lavoratore smart avrà sempre meno necessità di chiedere permessi o aspettative. «Per citare un’esperienzalimite » racconta l’esperto Mariano Corso «qualche tempo fa Microsoft ha permesso a un dipendente con un figlio gravemente malato di lavorare senza andare in azienda, adattando i suoi impegni professionali alle necessità del bambino».

TAGLIA I COSTI In un ufficio dove i colleghi vanno e vengono non serve che ciascuno abbia una scrivania tutta per sé. «Nessuno di noi ce l’ha più» spiega Liliana Gorla, direttrice delle risorse umane di Siemens Italia. «Nei nostri open space abbiamo ridotto il numero delle postazioni individuali per dare maggiore spazio a stanze per riunioni e a sale comuni». Nel 2011 Siemens Italia ha lanciato un piano di investimenti per dotare di pc e tablet chi ha accettato questa sperimentazione. A distanza di tre anni, quasi la metà dei 3.800 dipendenti pratica lo smart work e gli spazi di lavoro si sono ridotti circa del 20%, con un conseguente risparmio sui costi. Ma c’è di più. Se da un lato il lavoro agile permette di trasformare la casa in un ufficio, dall’altro rende più familiare anche l’atmosfera nelle aziende. Che diventano luoghi dove, per esempio, ci si può far consegnare la spesa o il bucato della lavanderia.

MIGLIORA LA QUALITÀ DELLA VITA Oggi l’Italia è 25esima nell’Unione europea (su 27 Paesi) per il ricorso al lavoro agile. Ma, secondo le stime dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, basterebbe guadagnare solo qualche posto in classifica per far crescere del 5,5% la produttività di ogni dipendente, generare un risparmio di circa 37 miliardi di euro per le imprese e migliorare la qualità della vita dei lavoratori. Senza contare i benefici in termini ambientali: 1,5 miliardi di tonnellate di anidride carbonica in meno ogni anno grazie ai minori spostamenti casa-lavoro. Perché allora nel nostro Paese lo smart work procede con il freno a mano? «Di tutti gli ostacoli che ancora impediscono un suo pieno sviluppo» osserva Corso «credo che il principale stia nella mentalità, ancora troppo tradizionalista, dei capi. Chi non sa programmare le attività del proprio team ha bisogno di averlo sempre a disposizione. E premia quelli che restano alla scrivania fino a tardi, non quelli che raggiungono risultati». La storia di Giorgia Arnaboldi lo conferma. Dal 2001 ha potuto approfittare dei programmi di flexi-working adottati da Shell e oggi, a 42 anni, ha due bambini di 10 e 6 anni e, come responsabile europea del marketing di Shell Energy, è una delle più importanti manager italiane della multinazionale. «Senza lo smart work sarei stata costretta a ritardare la scelta di avere figli: adesso, invece, tutti i lunedì e venerdì posso andarli a prendere a scuola» racconta. «Così mi sento meno in colpa per aver dedicato tanta parte della mia vita alla carriera».

BARBARA POLONI bancaria: Ho ridotto le spese della tata e della benzina e ho investito i risparmi per i miei figli

«Sveglia alle 6, oltre un’ora di macchina per andare in ufficio, un’altra abbondante per tornare e mai a casa prima delle 20». Questa, fino a sei anni fa, era la vita di Barbara, 46 anni, addetta alla formazione dei manager del gruppo Unicredit. Con due bimbi piccoli, però, si è resa conto che continuare a vivere in Alta Brianza e lavorare a Milano era insostenibile. «L’azienda mi ha concesso un part time» racconta. «Ma la svolta vera è arrivata due anni fa, cioè da quando ho la possibilità di andare in ufficio solo una volta alla settimana. Negli altri giorni organizzo, di solito al mattino e in teleconferenza, i corsi di aggiornamento dei manager. Così riesco a passare il pomeriggio con i miei figli. E anche il bilancio familiare è nettamente migliorato». I risparmi sui costi della tata e della benzina sono stati reinvestiti per i bambini. «Grazie a quanto abbiamo messo da parte in questi due anni» racconta Barbara «abbiamo potuto iscrivere i bimbi alla scuola steineriana: una scelta che stava a cuore sia a me sia a mio marito».

VALERIA BRAIDOTTI manager in una multinazionale: Non chiedo più permessi se devo aspettare l’idraulico

«Ad agosto ero in vacanza in Liguria e ho dovuto risolvere un’emergenza al lavoro. Invece di rientrare a Milano, ho mandato figlie e marito in spiaggia, mi sono collegata a Internet e ho tenuto le riunioni dal giardino di casa». Valeria è tutto tranne che una donna che ama stare con le mani in mano. A 38 anni è responsabile per l’innovazione e il programma di gestione progetti di Siemens Italia. «A me non pesa lavorare la sera, né rispondere al telefono fuori dal mio orario» racconta «perché mi sono accorta che questa flessibilità mi regala grandi vantaggi: riesco a organizzare al meglio il mio tempo». Da quando la multinazionale ha avviato il programma di smart work, l’ufficio di Valeria sta tutto dentro un trolley. Le basta accendere il pc, collegarsi alla rete aziendale e può essere operativa da dove preferisce, coordinando l’attività del suo team di collaboratori tanto dal treno, se è impegnata in una trasferta, quanto dal salotto. «Lavorando così» dice «riesco a concentrarmi tantissimo e gestisco con comodità i classici imprevisti domestici, come l’arrivo dell’idraulico per la lavatrice rotta, senza bisogno di chiedere permessi».

SARA D’AMICO dipendente comunale: Senza l’incubo del cartellino, di giorno cucino e di notte faccio l’informatica
Sara, informatica al Comune di Cinisello Balsamo (Mi), è una dipendente della pubblica amministrazione, il settore in teoria meno adatto allo smart work, eppure lei è diventata una lavoratrice smart. «Da due anni non ho più l’incubo di timbrare il cartellino» racconta. «Da allora ho realizzato il mio sogno di stare tanto con i miei figli. Invece di un’ora di pausa pranzo, mi prendo dieci minuti per mangiare, così approfitto del fatto di essere sola per stirare o per fare le pulizie». Quando lavora? «Devo essere reperibile due ore al giorno per gestire le richieste dei dipendenti del Comune. E della manutenzione della rete informatica posso occuparmi anche al mattino presto e persino di notte».

CESIRA CONSORTE impiegata in una piccola società: Mi porto il lavoro a casa, ma i panni me li stirano in ufficio
«Quando sono entrata per la prima volta in azienda mi sarei vergognata all’idea di portare il sacco con la biancheria da lavare. Ma ora è la cosa più normale del mondo. C’è un angolo con un cesto dove lasci i panni sporchi e accanto una scansia dove ritiri quelli puliti e stirati» dice Cesira, 40 anni, che lavora per Binari Sonori, una piccola impresa alle porte di Milano che traduce i videogame in tutte le lingue del mondo. Lo spirito di collaborazione tra colleghi e gli orari flessibili in entrata e in uscita consentono ai 40 dipendenti di organizzarsi al meglio. «Se ho un’urgenza» racconta Cesira «basta una mail al capo la sera prima e l’indomani non vado in ufficio. Ma quando sono a ridosso di una consegna importante, non mi pesa portare a termine il lavoro da casa».

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