Alejandro Solalinde: il prete che lotta contro i narcos

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    Credits: Giulia Iacolutti
    Novembre 2014, Scuola Normal Rural di Ayotzinapa. Francisco Sanchez Nava, sopravvissuto, posando in un campo di Cempasúchil, i fiori usati durante i giorni dei morti a novembre. Francisco Sanchez Nava en un campo de Cempasúchil, sobraviviente en la escuela Normal, Ayotzinapa, Mexico,
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    Credits: Giulia Iacolutti
    Novembre 2014, Scuola Normal Rural di Ayotzinapa. Sedie da scuola accatastate in una classe vuota.
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    Credits: Giulia Iacolutti
    Ottobre 2014, Città del Messico. Dettaglio di un altare creato attorno alle fotografie di identificazione dei 43 studenti.
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    Credits: Giulia Iacolutti
    Ottobre 2014, Città del Messico. Ignacio del Valle Medina, integrante del Movimento dei Pueblos nella difesa della Terra (FPDT) di Atenco, sullo scenario con i genitori dei 43 studenti, appoggiando la lotta delle famiglie e la ricerca dei loro figli. Nel 2006 il governo dello Stato del Messico, governato allora da Enrique Peña Nieto, decise di reprimere il movimento che lottava por la difesa della terra; Ignacio fu allora arrestato e condannato a più di 100 anni in prigione.
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    Credits: Giulia Iacolutti
    Novembre 2014, Chilpalcingo, Mexico. Marcia nella capitale dello stato di Guerrero.
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    Credits: Giulia Iacolutti
    Novembre 2014, Chilpalcingo, Mexico. Bernardo Campos, padre di José Ángel Campos Cantor, in marcia a Chilpancingo, capitale dello stato di Guerrero, esigendo il ritorno di suo figlio con vita.
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    Credits: Ottobre 2014, Città del Messico. Manifestanti aprono la marcia sul Eje central di Città del Messico esibendo i 43 volti.
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    Credits: Novembre 2014, Scuola Normal Rural di Ayotzinapa. La sorella di uno dei 43 studenti scomparsi. Le famiglie si trasferiscono nella scuola, dove organizzano le spedizioni di ricerca dei corpi nelle fosse comuni clandestine, tra le colline dello stato di Guerrero.
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di

Isabella Fava

Sulla testa di questo sacerdote messicano, candidato al Nobel per la Pace, pende una taglia di 1 milione di dollari. I cartelli della droga lo vogliono morto. Perché ha alzato la voce per far sapere al mondo che i migranti - uomini, donne, ragazzi e bambini che cercano di scappare negli Usa - scompaiono nel suo Paese e diventano merce nelle mani dei criminali

Credits: Giulia Iacolutti

Ogni giorno in Messico scompaiono delle persone. Desaparecidos, per lo più migranti che vanno ad alimentare il traffico di mercanti del sesso, del lavoro schiavo, perfino di organi umani. Rapiti dalle bande criminali, dai narcos. Si calcola che oggi siano 150.000 le persone che mancano all’appello, 30.000 quelli svaniti in circostanze misteriose. Tra queste donne e molti giovani. Chi denuncia rischia la vita. È successo qualche giorno fa a Javier Valdez, cofondatore del giornale Rìodoce (il dodicesimo fiume), freddato con 12 colpi di pistola il 15 maggio davanti al palazzo della sua redazione, per le sue inchieste sui cartelli della droga che terrorizzano il Paese. Un’altra reporter, Miroslava Breach, ha subito lo stesso destino: uccisa il 23 marzo mentre stava andando a prendere il figlio a scuola. Come tanti altri giornalisti messicani che hanno fatto la stessa fine (dal 2000 se ne contano 120). Come tanti genitori che denunciano la scomparsa dei figli e vogliono scoprire dove e perché. Uno di questi era Miriam Rodriguez: mamma e attivista, condannata a morte dopo che era riuscita a mandare in prigione gli assassini della figlia Karen, sparita a 14 anni nel 2012.

Lo stesso giorno della morte di Miroslava, Valdez scrisse il suo epitaffio con un tweet: «Lasciamo che ci uccidano tutti, se questa è la pena di morte per avere denunciato questo inferno. No to silence. No al silenzio».

No al silenzio è anche la missione di Alejandro Solalinde, 72 anni, sacerdote candidato al Nobel per la Pace che nel 2007 ha fondato “Hermanos en el Camino”, un centro di aiuto per i migranti diretti negli Stati Uniti.

In Messico transitano ogni anno 500.000 sudamericani che provengono dalle zone calde di El Salvador, Honduras e Guatemala, fuggono dalle bande criminali per finire nelle braccia dei narcos e ne diventano prede perfette perché senza documenti, indocumentados, invisibili.

Per l’impegno a favore di questi migranti, sulla testa di Alejandro Solalinde pende una taglia da 1 milione di dollari. I narcos lo vogliono morto perché accende l’attenzione dell’opinione pubblica su quello che sta succedendo nel Paese: sui soprusi dei trafficanti, le connivenze della politica e la corruzione della polizia.

La sua vicenda è ora raccontata nel libro I narcos mi vogliono morto (Editrice missionaria italiana) scritto insieme a Lucia Capuzzi. Una testimonianza che Solalinde ha portato in Italia in diversi appuntamenti, tra cui il festival Vicino/Lontano, Premio Terzani a Udine, dove ora è in corso anche la mostra Vivos, fino al 4 giugno, con le foto che vedete qui di Giulia Iacolutti. A Udine l’abbiamo raggiunto.



Credits: Giulia Iacolutti

«Quando arrivano nel nostro centro» mi racconta Solalinde «i migranti provengono da un vero e proprio inferno: sono feriti, fisicamente e nell’anima. Sono stati magari picchiati, derubati, aggrediti, violentati, sia i maschi che le femmine. Sono sporchi, affamati, assetati. Controlliamo che non abbiano droga né armi. Li registriamo, cerchiamo di capire di cosa hanno subito bisogno, se di cure mediche o altro. Poi diamo loro da mangiare e il necessario per pulirsi, anche dei vestiti per cambiarsi se non li hanno. Li accudiamo».

Solalinde mi spiega che per ogni esigenza c’è un programma specifico: l’assistenza medica è garantita da 2 medici e 2 infermiere e segue il protocollo dell’Istituto nazionale della previdenza sociale messicana; per l’assistenza psicologica è previsto invece il programma elaborato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dall’organizzazione internazionale per le migrazioni. Se vogliono denunciare i soprusi subiti vengono accompagnati dall’autorità competente, in modo da iniziare l’iter di regolarizzazione del loro status di migrante. Il centro è aperto: chi vuole può andarsene in qualsiasi momento, chi vuole può restare, chi ha bisogno può lavorare per racimolare i soldi per continuare il viaggio.

Perché la maggior parte sogna gli Stati Uniti, passare la frontiera per sistemarsi, sebbene sappiano cosa li aspetta prima del muro, nella zona controllata dalle bande. «È anche per me una sorta di mistero» continua Solalinde,

«è come se avessero inserito nel loro corpo un chip programmato affinché riescano ad arrivare negli Stati Uniti, programmato per andare avanti e nessuno e niente riesce a bloccarli. Ho conosciuto delle persone che hanno tentato 8 volte di raggiungere gli Usa e alla fine ce l’hanno fatta, sono entrati».

Nonostante la violenza. «I cartelli della droga ora lottano fra di loro per gestire questo vero e proprio business dei migranti: chiedono soldi per farli attraccare sull’altra sponda del Rio Bravo o peggio li usano per il traffico illegale di organi. La cosa attualmente più grave e delicata. Il crimine organizzato ha degli infiltrati all’interno delle istituzioni. La corruzione ha raggiunto dei livelli altissimi. E non si ottiene giustizia».

Chi denuncia sparisce. È successo a Miriam Rodriguez e a Miroslava Breach.

«Ogni giorno in Messico vengono ammazzate 7 donne e sono tantissimi i giovani vittime di violenza» rivela Solalinde.

«Prendersela con loro è un atto di codardia. Spesso queste mamme non sanno nemmeno dove sono finiti i figli perché non riescono a trovarne i resti. E ogni volta che viene scoperta una fossa illegale vanno a vedere, spinte dalla speranza che fra quelle ossa ci siano anche quelle dei loro ragazzi o bambini. È un dolore immenso. Che coscienza può avere un governo che non fa nulla per trovare una soluzione o che, nel peggiore delle ipotesi, è parte di queste atrocità».

Anche lei ha una taglia sulla testa, chiedo a padre Solalinde, non ha paura?

«Come posso avere paura con questa tristezza e rabbia che ho nel cuore? Si tratta di persone codarde che uccidono donne, sacerdoti, desaparecidos. Non posso pensare a me stesso, voglio semplicemente far sapere cosa sta succedendo. Com’è possibile rimanere in silenzio davanti a questi crimini contro l’umanità?».

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