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Gli attentati di Parigi spiegati ai nostri figli

di Oscar Puntel
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Le immagini di Parigi rimbalzano sugli schermi delle tv: difficile nasconderle agli occhi dei nostri ragazzi. Abbiamo chiesto all'esperta quali sono le risposte migliori da fornire loro, senza traumatizzarli

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Le immagini di Parigi rimbalzano sugli schermi delle tv: difficile nasconderle agli occhi dei nostri ragazzi. Abbiamo chiesto all'esperta quali sono le risposte migliori da fornire loro, senza traumatizzarli

Le immagini degli attentati di Parigi rimbalzano sugli schermi delle tv: difficile nasconderle agli occhi dei nostri ragazzi. Fatti dolorosi che vanno comunque spiegati, filtrati. “Perché essendo un evento che ha avuto un impatto mediatico molto forte, i bambini non hanno gli strumenti e le strutture mentali adeguate per elaborarle. Se non si danno delle informazioni giuste alle domande e ai dubbi che manifestano, il rischio è che poi i bambini si facciano idee sbagliate, se non peggiori della realtà”, ci chiarisce subito Anna Zanon, psicologa e psicoterapeuta dell'infanzia. Parlarne, insomma, fa bene. Purché si faccia nel modo corretto. Abbiamo chiesto all'esperta quali sono le risposte migliori da fornire ai nostri figli.

Come spieghiamo i fatti di Parigi?

Prima di tutto, va tenuta conto l'età del bambino. Prendiamo quelli piccoli, in età scuola dell'infanzia e scuola primaria. Bisogna utilizzare termini molto semplici, cercando di essere molto rassicuranti, senza entrare troppo nei dettagli. In questa fascia d'età, eviterei le immagini dei tg: traumatizzano noi adulti, figuriamoci i bambini.

E per i ragazzi più grandi?

Con gli adolescenti, si può discutere, anche utilizzando le immagini, ma senza entrare in dettagli macabri o troppo crudi.

Un disegno o la scrittura di un testo possono favorire una elaborazione di questi eventi traumatici?

Sono tutte tecniche che aiutano. Ribadisco il concetto della rassicurazioni: è anche compito del genitore insegnare al bambino a contenere le sue ansie, a volte anche schermando la realtà, senza raccontargli tutto. Talvolta questi episodi caricano la psiche immatura del bambino di ansia. È questo che genera il sentimento della paura. Noi adulti facciamo fatica a contenerla, figuriamoci un bambino.

Se un bambino ci chiede se siamo in guerra?

Bisogna rispondere che no, non siamo in guerra. Ci sono stati dei terroristi che hanno fatto degli attentati, in Francia. È accaduto in uno Stato lontano da noi e dopo questo episodio ci sono più controlli della polizia.

Se un bambino ci chiede se possiamo uscire ancora di casa?

Rispendere fermamente di sì. Ci sono le forze di polizia che lavorano e ci difendono, anche più di ieri. Quindi si può girare tranquillamente, prendere la metro e andare al cinema: anche perché adesso ci sono più controlli.

È corretto utilizzare i concetti di “bene” e “male”, dei “buoni” e dei “cattivi”?

Si può dire che i terroristi sono persone “cattive”, perché hanno fatto questo, anche per non dare ai bambini l'idea che si possa usare la violenza per risolvere i conflitti. E bisogna chiarire: uno può avere anche delle ragioni per essere arrabbiato, ma fare del male verso gli altri non è il modo per esprimere la sua “arrabbiatura”. Le proprie opinioni e punti di vista, anche se diversi dai miei, devono e possono essere spiegati ed espressi in modo non violento.

Un consiglio ai genitori?

Mi rendo conto che ci si può trovare in difficoltà a spiegare queste cose. Lo vedo spesso quando faccio psicoterapia ai bambini e mi sento dire che loro hanno paura dell'Is e degli attentati. Per la psiche del bambino, è fondamentale per i genitori mostrarsi sicuri e minimizzare i rischi, altrimenti si crea un senso di panico che poi diventa ingestibile. Quindi: condannare l'evento, apparire calmi, positivi, trasmettere tranquillità, senza enfatizzare e senza entrare nei dettagli. Ed è meglio evitare, ai più piccoli, le immagini dei tg.

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