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Aung San Suu Kyi vince le elezioni: un’altra donna al potere

di Annarita Briganti
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Alle prime elezioni libere in 25 anni, il Premio Nobel per la pace stravince. E potrebbe diventare Primo Ministro della Birmania. Il mondo “rischia” quindi di essere nelle mani delle donne? Può darsi, ma a un prezzo altissimo: lei, diventata un'icona, ha sacrificato libertà e figli per il suo Paese

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Alle prime elezioni libere in 25 anni, il Premio Nobel per la pace stravince. E potrebbe diventare Primo Ministro della Birmania. Il mondo “rischia” quindi di essere nelle mani delle donne? Può darsi, ma a un prezzo altissimo: lei, diventata un'icona, ha sacrificato libertà e figli per il suo Paese

Oggi tutto il mondo guarda alla Birmania e il mondo “rischia” di essere nelle mani delle donne. Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, potrebbe diventare il Primo Ministro della Birmania, il Paese che sta salvando dalla dittatura militare. Imprigionata per 15 anni dagli stessi carnefici che ha sfidato alle prime elezioni libere birmane degli ultimi 25 anni, il Nobel avrebbe ottenuto con il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, il 70%, se non l’80% dei voti. Le sue battaglie hanno dato i frutti, nonostante le restrizioni che ha subito, un attentato dal quale è uscita miracolosamente illesa e l’abbandono dei figli, emigrati in Oregon e a Londra, con i quali si è riconciliata di recente.

Combatte da quando aveva due anni

La chiamano “The Lady”, come il film che Luc Besson ha girato sulla sua storia. Ha sempre un fiore tra i capelli e un atteggiamento eroico, considerando i pericoli che ha affrontato fin da piccola. Suo padre, altro esponente politico di spicco, è stato ucciso dai suoi avversari quando il Nobel aveva due anni. È allora che è diventata una combattente: ha sempre rifiutato di lasciare il suo Paese per salvarsi la pelle e ha usato i soldi del riconoscimento internazionale per aiutare nella sanità e nella scuola i suoi connazionali.

Più potente di qualsiasi uomo

Se le cose andassero come auspicato dall’opinione pubblica più trasversale che ci sia, l’attivista per i diritti umani guiderebbe la Birmania, scontrandosi in Parlamento con i suoi nemici, i militari, a cui la legge garantisce alcuni seggi. Sposata con un inglese, uno studioso di cultura tibetana scomparso nel 1999, Aung San Suu Kyi non può essere eletta Presidente della Repubblica, per essersi mischiata con gli stranieri, ex oppressori, ma le sue dichiarazioni non lasciano dubbi: «Conterò più di qualsiasi uomo mi metteranno sopra».

Le amicizie che contano

Adorata dal primo Presidente nero degli Stati Uniti, quell’Obama che l’ha ricevuta più volte, antesignana di un’altra politica che sarà protagonista del 2016: Hilary Clinton, che potrebbe diventare il primo Presidente americano di sesso femminile. Divenuta suo malgrado un’icona, con il corpo minuto dovuto, dicono, anche alla salute minata dalla lunga detenzione, la Signora è andata a votare con il volto tirato, faticando a uscire dal seggio per l’assedio del suo popolo e della stampa internazionale.

Arriva la "primavera birmana"

«Aspettiamo a festeggiare» dice il Nobel, e le questioni scottanti non mancano: dalle libertà individuali, appunto, alla difficile convivenza tra i buddhisti e la minoranza mussulmana. Ma la buona notizia è che nessuno può più fermare la “primavera birmana”, la rivoluzione bordeaux, per riprendere un colore amato dal Nobel.

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