Le mamme di Barcellona: i bambini devono vedere

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Siamo stati sul luogo dell'attentato del 17 agosto e abbiamo incontrato le mamme di Barcellona con i loro bambini. «È giusto portare qui i figli, anche piccoli, perché sappiano e vedano». Siete d'accordo? 

Sulla Rambla di Barcellona, a una settimana dall’attentato del 17 agosto, la vita sembra aver ripreso il suo corso. Noi siamo lì, sul luogo dove la camionetta ha seminato la morte. E la Rambla è più gremita che mai, ma non solo di turisti. La maggior parte sono bambini e mamme, famiglie intere che, imperterrite, da quel giorno vogliono essere qui. I bambini, con i loro grandi occhioni sbarrati, stringono in una mano quella della mamma o del papà e nell’altra un disegno, un peluche, una candela, un lecca lecca, un fiore. 


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    Estephanie Parodi col figlioletto Halid e la cugina
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    Pau e Aina con mamma e papà
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    La famiglia di Martina Morral
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    La famiglia catalana di Irene ed Edurne lungo le Ramblas
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    Il piccolo Alex scrive il suo nome col gessetto
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    Una bambina con la madre
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    Una coppia di bimbi deposita fiori
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    Alcuni dei tantissimi pupazzi lasciati dai bambini di Barcellona sui luoghi della strage
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    Scritte di pace compaiono sui tronchi delle Ramblas

Gli adulti hanno detto da subito “No tenim por”, “non abbiamo paura”, ma i bambini ne hanno avuta, e tanta. Alcuni, i più grandi, per giorni non hanno voluto uscire di casa, come ci raccontano i genitori. I più piccoli invece hanno faticato a capire che le immagini della tv appartengono alla realtà, la loro realtà. Anche per questo il pellegrinaggio sulle Rambla, ci dicono le mamme e i papà con i loro piccoli per mano, può aiutare i figli ad accettare quanto è successo: esserci fisicamente, con un fiore o un peluche, trasforma le immagini in esperienze concrete, in sensazioni, pensieri ed emozioni che possono sedomentare nel tempo una coscienza di pace e ribellione contro la violenza e la follia del terrorismo. «Abbiamo aspettato qualche giorno per portarli» racconta Belen, mamma di Pau, 6 anni, e Aina, 11 anni: «Erano terrorizzati. Non volevano nemmeno uscire di casa. Di notte fanno ancora fatica ad addormentarsi. Oggi li abbiamo accompagnati a lasciare un fiore, qui, nel posto che per loro era il più terribile. Per chiudere un capitolo con un gesto di pace, perché non abbiano paura di scendere in strada».

I cellulari hanno cambiato il mondo, anche quello dei nostri bambini. Le informazioni ormai viaggiano senza controllo. «Eravamo ad Amsterdam quando i cellulari hanno cominciato a trillare e i messaggi di WhatsApp a moltiplicarsi senza sosta. Le bambine l’hanno saputo così» raccontano Begoña e Toni, genitori di Irene, 12 anni, ed Edurne, 11. «Certo, se fosse dipeso da me - dice la mamma - non avrei mostrato loro molte delle immagini che hanno ricevuto. Ma i telefonini hanno cambiato tutto e la cosa sta sfuggendo di mano, a grandi e piccoli. Anche per questo siamo qui con loro oggi: perché non si limitino a farsi testimoni di pace su un gruppo WhatsApp o un post di Facebook. È il mondo reale ad aver bisogno dei loro occhi pieni di speranza. Oggi servono gesti tangibili, concreti, proprio come quella parola - PAZ - che hanno voluto incidere nella corteccia di uno degli alberi della Rambla”. 

Esserci, guardare, dedicare qualche minuto al pensiero di quanto è successo, perché i bambini capiscano che è accaduto davvero. «Alex pensava fosse un film» racconta Luís, padre di Alex, 10 anni. «Continuava a chiederci perché mandassero sempre la stessa pelicula in tv, così lo abbiamo preso in disparte e, insieme a sua sorella di poco più grande, abbiamo spiegato loro che, purtroppo, era tutto vero. Alex ha detto: "ma perché questi ragazzi vogliono la guerra? SE QUIERE LA PAZ! Bisogna volere la pace!" Oggi lo abbiamo portato qui perché perché potesse scrivere questo suo pensiero in strada con i gessetti tra la gente, alla gente. Esprimerlo nel mondo reale, non solo davanti allo schermo di un televisore”. Per i genitori venire sulla Rambla e condividere questo pellegrinaggio con i bambini ha un valore fortissimo: è un gesto di presenza e testimonianza che è giusto che i figli vivano a qualsiasi età. Come ci dice Estefani, la mamma di Halid, 2 anni: «Visto quanti passeggini? E quel biberon lasciato lì, tra le candele e i fiori? Tutte le mamme di Barcellona stanno venendo con i loro figli, anche piccolissimi. Il mio ha solo 2 anni: non può ancora capire, ma presto dovrà fare i conti con questa brutta pagina di storia e voglio che sappia da che parte stava la sua famiglia. Io sono nata qui, ma suo padre è marocchino. Halid è un nome arabo. Forse sarebbe stato meglio ascoltare mio padre che ha origini italiane e chiamarlo Marco”.

Ogni genitore vorrebbe il meglio per suo figlio. Ma oggi, rispetto a qualche tempo fa, è ancora più difficile immaginare il futuro dei nostri bambini senza farci prendere dalla paura e dall'irrazionalità. Ci vuole coraggio, dobbiamo ancorarci ai nostri valori di pace. Che anche un semplice gesto come la nostra presenza può costruire. Siete d'accordo? 

Testo e foto di Nina Gigante

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