Caso Regeni: a che punto sono le indagini?

Credits: Ansa
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di

Oscar Puntel

L'Italia ha deciso di far rientrare in Egitto il suo ambasciatore, mentre un articolo del New York Times getta nuove ombre sulla morte del giovane ricercatore. Ecco tutte le tappe della vicenda

Depistaggi, bugie, prove non consegnate (o consegnante in ritardo), scarsa collaborazione delle autorità egiziane. E infine la retromarcia del governo italiano, che alla vigilia di Ferragosto ha deciso di far rientrare in Egitto il suo ambasciatore, richiamato 8 mesi fa proprio per spingere il Cairo a fare chiarezza sulla morte di Giulio Regeni.

Dietro la tragica fine del giovane ricercatore italiano, avvenuta ormai un anno e mezzo fa, ci sono tanti misteri e altrettanti tentativi per non far emergere la verità: mentre l’inchiesta giudiziaria italiana è ancora aperta, un reportage del New York Times ha aggiunto dettagli inquietanti al quadro investigativo. Secondo il quotidiano statunitense, infatti, già nelle settimane successive al ritrovamento del corpo l'amministrazione Obama aveva raccolto prove del coinvolgimento degli apparati di sicurezza egiziani nel rapimento, nella tortura e infine nell'omicidio di Giulio. Prove girate al governo italiano e delle quali sarebbero stati al corrente anche i massimi livelli di quello egiziano, nel periodo in cui invece entrambi i Paesi non seguivano ufficialmente questa pista. 

L'articolo e la quasi contemporanea scelta di Palazzo Chigi di ripristinare le relazioni diplomatiche fra Roma e il Cairo hanno indignato la famiglia, che vive in Friuli, ma anche gli amici, il mondo accademico, quello politico e tanta gente comune che ha sostenuto la campagna “Verità per Giulio Regeni”, lanciata da Amnesty International. Eccotutto quel che c'è da sapere sulla vicenda, diventata un caso internazionale.

Chi è Giulio?

Giulio Regeni è un ragazzo di 28 anni: la sua famiglia vive in provincia di Udine, a Fiumicello. Intelligente, preparato, con la curiosità per il mondo, nel 2005, grazie a una borsa di studio, lascia l’Italia e frequenta  il Collegio del Mondo Unito UWC USA, nel New Mexico. Quindi, studi universitari in Inghilterra e il Dottorato di Ricerca a Cambridge, al Dipartimento di Politica e Studi Internazionali, che stava completando. In Egitto si trovava proprio per le sue ricerche: studiava i sindacati indipendenti dei venditori di strada, un tema molto controverso. Proprio quei sindacati si erano uniti nelle proteste del 2011 contro Hosmi Mubarak e avevano appoggiato l’elezione di Mohammed Morsi, il presidente esponente dei Fratelli Musulmani, poi destituito nel 2013 da un colpo di stato organizzato proprio da al Sisi.

L’attuale rais egiziano temeva che quelle associazioni di lavoratori potessero opporsi al suo potere o organizzare una nuova rivoluzione. E per questo motivo aveva anche infiltrato diversi agenti, per spiarne le mosse. Giulio studiava questi movimenti conducendo una ricerca partecipata: significa in qualche modo ‘vivere sul posto’, relazionarsi con questi esponenti e carpire quante più informazioni possibili.

Che cosa è successo il 25 gennaio 2016?

Dalle prime ricostruzioni, Giulio è uscito dal suo appartamento (dove viveva con due coinquilini), nel quartiere di Dokki, verso le 19.40; ha raggiunto a piedi la fermata Bohooth della metropolitana. A un amico ha scritto un sms dicendo che stava andando a una festa di compleanno. Sono giorni di intensi controlli per le strade de Il Cairo perché cadono 5 anni dalle rivolte di piazza Tahrir, che rovesciarono l’ex presidente Mubarak. Giulio Regeni scende alla fermata Mohamed Naguib: ma da quel momento si perdono le sue tracce. Gli amici danno subito l’allarme.

La sera del 3 febbraio, il suo corpo senza vita viene ritrovato nel quartiere “6 ottobre”, su una strada che porta verso Alessandria, a circa 20 chilometri di distanza dal centro del Cairo.

Perché tanti tentativi di depistaggio?

La morte di Giulio gela i rapporti diplomatici fra Egitto e Italia: più volte le nostre autorità hanno chiesto collaborazione con le forze egiziane per capire chi fossero i veri responsabili della morte di Giulio. Per tutta risposta sono state fatte circolare versioni strampalate sulla morte del ricercatore: prima si parlò di incidente stradale, poi di vicende personal-sessuali, poi ancora di una rapina finita male.

I nostri inquirenti volati al Cairo non sono stati lasciati liberi di lavorare e di sentire le persone che desideravano. Così come non hanno potuto aver accesso a tutti gli atti.

Solo quando il corpo di Giulio è visitato dai medici autoptici italiano si capisce che probabilmente c'è la firma dei servizi segreti e della polizia: «Un corpo che parla» dirà la madre di Giulio, Paola Deffendi.

E in effetti, il corpo di Giulio parla da solo: presenta commozioni cerebrali plurime, che significano colpi continui alla testa, e rottura del collo. Ma anche altri tagli, ematomi e abrasioni. Fratture delle mani e dei piedi e denti rotti. Una tortura proseguita per giorni, una morte lenta. Una agonia lunga e di sofferenza: se la morte viene fatta risalire al 1-2 febbraio, significano almeno 6 giorni in mano ai propri aguzzini.

Proprio questa particolare circostanza, come anche la non possibilità per gli inquirenti italiani di ispezionare le registrazioni di videosorveglianza alla fermata metro, proprio per capire chi l’avesse prelevato (il filmato venne cancellato erroneamente, almeno così si disse) ha fatto ulteriormente insospettire i magistrati italiani che lavorano sul caso circa il coinvolgimento dei servizi segreti egiziani.

E oggi a che punto sono le indagini?

Qualche mese fa la Procura di Roma ha fatto sapere di essere entrata in possesso di alcuni documenti: si tratta dei verbali di alcuni agenti segreti che spiarono il ricercatore friulano prima della scomparsa. E del verbale del colonnello che svolse la perquisizione, in casa della sorella di un componente della banda dei rapinatori uccisi in una sparatoria (e che secondo le autorità egiziane avevano rapinato e poi ucciso Giulio). Particolare importante: in quella perquisizione vennero trovati (o meglio, fatti trovare) i documenti di Giulio. Insomma, un finto covo per cercare di avvalorare la pista della rapina e del conseguente omicidio.

Più interessante è il verbale degli agenti che pedinarono Regeni tra dicembre e gennaio.

Si viene a sapere che Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti (motivo per cui Giulio era in Egitto) aveva denunciato Regeni ai servizi perché lo considerava una “spia”.

E’ stato diffuso in video in cui il capo degli ambulanti incontra Giulio. E’ una videoregistrazione con una microtelecamera (ed è difficile che un ambulante ne sia dotato: più probabile che il sindacalista fosse stato “attrezzato” dai servizi): nella conversazione in arabo il ricercatore parla di una somma di denaro che avrebbe potuto sostenere le iniziative del sindacato indipendente, attraverso un progetto di ricerca. I soldi sarebbero potuti arrivare da un istituto britannico. Mentre il sindacalista è interessato al denaro per sé, Giulio ribadisce la finalità della somma: la ricerca accademica, appunto.

Il sindacalista sostiene ancora oggi che il ragazzo fosse una spia: «Faceva domande strane e stava con gli ambulanti per le strade, interrogandoli su questioni che riguardano la sicurezza nazionale», dirà. Inoltre, secondo la sua versione, Giulio sarebbe stato ucciso «da parti straniere dopo che era stato scoperto» per addossare la colpa «all’Egitto». Insomma, Giulio sarebbe stato tradito proprio dalle persone con cui lui si relazionava per la sua ricerca accademica.

Nei giorni scorsi, subito prima del reinvio dell'ambasciatore da parte dell'Italia, aalla procura capitolina sono stati trasmessi nuovi atti investigativi dai magistrati del Cairo. Si tratta dei verbali relativi ad un nuovo interrogatorio dei poliziotti che hanno avuto un ruolo negli accertamenti sulla morte del giovane. La consegna viene considerata “un passo avanti nella collaborazione” tra le due procure, come viene sottolineato in una nota congiunta firmata dai numero uno degli inquirenti romani e da Nabil Ahmed Sadek, procuratore generale egiziano. 

Ulteriori passi avanti potrebbero infine arrivare dall'analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza della metropolitana di Dokki, dove Regeni passò prima di scomparire. Un lavoro affidato a esperti italiani e tedeschi di un'azienda specializzata nel recupero dati, ai quali la procura egiziana ha dato il via libera solo un anno dopo la morte di Giulio, e i cui risultati non sono ancora noti.


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