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Conferenza sul clima di Parigi: i summit servono a combattere il riscaldamento globale?

di Flora Casalinuovo
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Inizia il 30 novembre la Conferenza di Parigi sul riscaldamento globale. Per alcuni questi eventi spingono i cittadini e i governi a impegnarsi. Per altri sono compromessi al ribasso. Ecco due pareri a confronto

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Inizia il 30 novembre la Conferenza di Parigi sul riscaldamento globale. Per alcuni questi eventi spingono i cittadini e i governi a impegnarsi. Per altri sono compromessi al ribasso. Ecco due pareri a confronto

Mentre a Parigi si sta aprendo la Conferenza sulla lotta al cambiamento climatico e ai  gas serra, è salito a 317 il numero delle persone fermate in seguito agli  scontri in Place de la Republique tra polizia e militanti ambientalisti. Al di  là della opportunità delle proteste, in aperta sfida al divieto di manifestare  imposto dal presidente Hollande nei tre mesi successivi agli attacchi  terroristici di venerdì 13 novembre, la preoccupazione per il futuro del Pianeta  resta.

La comunità scientifica è ormai unanime sul fatto che, se la temperatura  media si elevasse di oltre due gradi centigradi entro il 2050, la Terra andrebbe  incontro a un caos climatico dai risvolti catastrofici. Tuttavia, anche se 183  Paesi su 195 si sono dichiarati disponibili a ridurre le emissioni di gas a  effetto serra, entro quella data si arriverebbe comunque a un riscaldamento  vicino ai 3 gradi. Ma allora servono summit come quello i Parigi? Lo abbiamo  chiesto a due esperti.

 

✱ SÌ MURONI - direttore generale di Legambiente

«I vertici dell’Onu sono l’unica occasione in cui l’attenzione di tutto il mondo  si concentra su un tema che, altrimenti, rischia di passare in subordine. Anno  dopo anno, questi appuntamenti costringono i governi ad assumersi degli impegni.  La riduzione di emissioni di anidride carbonica, per esempio, è diventata realtà  grazie al protocollo di Kyoto firmato nel 1997 e agli accordi successivi».  Aumentano la pressione dell’opinione pubblica sui politici «Per merito dei  summit cresce la consapevolezza dei cittadini, che fanno pressione sui politici.  L’ambientalismo del presidente Usa Barack Obama è frutto proprio delle promesse  fatte agli elettori. A Parigi bisogna studiare un piano che punti sulle energie  rinnovabili: l’addio al petrolio è un passo fondamentale per la salute della  Terra e per gli equilibri geopolitici, perché l’oro dà potere agli Stati  produttori, escludendo gli altri».

✱ NO

MARICA DI PIERRI - presidente del Centro italiano di documentazione sui conflitti ambientali

«Per fermare il riscaldamento globale bisogna evitare che, da oggi al 2100, la  temperatura aumenti più di 2 gradi: vuol dire che occorre tagliare le emissioni  del 40-70% entro il 2050. I correttivi decisi ai summit non bastano. Serve un  ripensamento radicale del sistema energetico, dei trasporti, dell’urbanistica e  delle produzioni, ma nelle negoziazioni non ce n’è traccia: sarebbero troppi gli  interessi da toccare». Non coinvolgono i Paesi che inquinano di più «Le strade  da percorrere sono altre: azzerare gli oltre 5 miliardi di dollari annui di  incentivi previsti per chi produce e usa i combustibili fossili e promuovere  l’agricoltura ecosostenibile. Finora si sono raggiunti compromessi inefficaci:  basti pensare al primo accordo climatico, il protocollo di Kyoto. I Paesi  industrializzati con impegni vincolanti coprono appena il 37% delle emissioni  globali e tra loro mancano grandi inquinatori come gli Usa e la Cina».

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