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Clima: davvero l’accordo di Parigi cambierà qualcosa?

di Adriano Lovera
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Per la prima volta un summit mondiale si conclude con un accordo approvato da tutti i Paesi partecipanti. Ma Cop 21 rischia in realtà di restare solo una bella dichiarazione d'intenti. Ecco perché

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Per la prima volta un summit mondiale si conclude con un accordo approvato da tutti i Paesi partecipanti. Ma Cop 21 rischia in realtà di restare solo una bella dichiarazione d'intenti. Ecco perché

“L'accordo sul clima di Parigi è un evento che cambierà la storia”. Con queste parole il ministro dell'Ambiente italiano, Gian Luca Galletti, ha sintetizzato l'entusiasmo dei Governi di tutto il mondo per la firma del testo scaturito dal vertice mondiale sul clima Cop21, faticosamente raggiunto dopo giorni di trattative. Un patto planetario siglato da 195 Paesi che dovrebbe imprimere un netto retromarcia al surriscaldamento globale e mettere in salvo la Terra entro il 2100. Un impegno non facile, che lascia qualche punto oscuro, benché l'accoglienza da parte degli osservatori e delle associazioni ambientaliste sia stata in generale buona. Ecco che cosa prevede.

Sul banco degli imputati dell'inquinamento globale ci sono i famigerati gas serra, primo fra i quali la Co2 (anidride carbonica)
Oggi nel mondo se ne produce una quantità incredibile: 35,7 miliardi di tonnellate, di cui 10,6 appannaggio della Cina, 5,3 degli Stati Uniti, 2,3 dell'India e 1,8 tra Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna. Se lo sviluppo andasse avanti ai ritmi di oggi, nel 2030 si arriverebbe a 55 miliardi. Gli Stati che hanno firmato (tutti quelli citati compresi anche Canada, Brasile, Australia) si sono impegnati a fermarsi entro il 2030 a 40 miliardi. In che modo? Sviluppando tecnologie che permettano di ridurre le emissioni, dagli scarichi delle auto alle macchine usate nell'industria, passando per i sistemi di gestione dei rifiuti. Una parte importante di questo processo sarà l'adozione sempre più diffusa di fonti di energia rinnovabile a scapito di quelle fossili, come il petrolio.

Senza interventi, la temperatura media della Terra salirebbe di 2,7-3 gradi centigradi entro il 2100. Obiettivo dell'accordo è contenere questa crescita a non più di 1,5 gradi. Con quale beneficio? Senza misure drastiche, lo scioglimento dei ghiacci farebbe innalzare i mari e sprofondare diverse isole del Pacifico, ma metterebbe a rischio anche la sopravvivenza di città lagunari come Venezia. Inoltre, il surriscaldamento delle acque già oggi riduce lo sviluppo del plancton e dei pesci antartici, fondamentali per tutta la catena alimentare marina. E sta causando la desertificazione troppo rapida di alcune zone costiere. E i soldi? Gli Stati più sviluppati (tra cui l'Italia) verseranno fino a 100 miliardi di dollari verso i Paesi in via di sviluppo per centrare i risultati.

Tutti d'accordo? Nemmeno per sogno. A causa soprattutto dei tempi e dell'eccessiva elasticità del testo. “L’accordo va in modo irreversibile verso un futuro libero da fossili. Ma gli impegni sono insufficienti a contenere la crescita della temperatura e andrebbero rivisti prima del 2020” ha commentato il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, rimarcando infatti che l'impegno dei firmatari a mettere in campo azioni concrete partirà solo tra 5 anni. Altro punto cruciale è la mancanza di una vera obbligatorietà. “La Cina chiedeva in tutti i modi che l'accordo non fosse vincolante. E alla fine è stata accontentata” secondo Rita Fatiguso, corrispondente da Pechino del Sole 24 Ore. Il testo infatti ha scelto un “compromesso verbale” secondo cui tutti i Paesi considerano vincolante l'intesa, ma non sono previste sanzioni per quegli Stati che non ottengono esiti soddisfacenti. “Ad esempio, con il petrolio così a buon mercato, sotto i 50 dollari a barile, si ha una bella pretesa a obbligare i Paesi poveri a produrre elettricità con fonti pulite, che costano però di più” ragiona Danilo Taino, esperto di economia del Corriere della Sera. L'attivista canadese Naomi Klein bolla il testo come un insieme di pagine piene solo di buone intenzioni: “C'è una cosa che tutti dovrebbero sapere sull'accordo: da nessuna parte appaiono le parole "combustibili fossili". O "petrolio" o "carbone"” ha detto sul suo profilo Twitter. Una tesi in parte condivisa anche da Sergio Castellari, esperto di clima dell'Ingv (Istituto nazionale geofisica e vulcanologia). “È un peccato che non ci siano obiettivi quantificabili, come scienziato li avrei voluti” ha affermato, “ma posso capire l’approccio prescelto”.

Le ragioni della politica, insomma, hanno prevalso su quelle della scienza. Ma è la prima volta che un summit mondiale si conclude con un accordo approvato da tutti. Questo sì un fatto storico.

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