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Facciamo bene a non partecipare ai bombardamenti in Siria

di Monica Triglia
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Emma Bonino, un’esperienza vastissima di crisi internazionali come quelle dell’Iraq, dell’Afghanistan e dei Balcani, già ministro degli Esteri fino a un anno e mezzo fa, risponde alla domanda che si pongono in molti: se sia una scelta giusta, quella italiana, di non unirsi a Francia e Gran Bretagna nell’azione militare contro l’Isis

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Emma Bonino, un’esperienza vastissima di crisi internazionali come quelle dell’Iraq, dell’Afghanistan e dei Balcani, già ministro degli Esteri fino a un anno e mezzo fa, risponde alla domanda che si pongono in molti: se sia una scelta giusta, quella italiana, di non unirsi a Francia e Gran Bretagna nell’azione militare contro l’Isis

Gli italiani si spostano in prima linea nella guerra all'Isis: 450 militari partiranno presto per Mosul - in una delle roccaforti del Califfato - per proteggere la diga sul Tigri, infrastruttura vitale per il Paese, cuore di un'area molto pericolosa al confine con lo Stato Islamico: è seriamente danneggiata e se crollasse Baghdad sarebbe distrutta. Si prefigura dunque un salto di qualità nella partecipazione italiana alla coalizione anti-Isis, anche se la nostra missione resta di protezione.

«L’Italia fa bene a non partecipare ai bombardamenti in Siria. Non è con un Tornado in più in cieli già molto affollati che si risolve il problema del terrorismo islamico. Attenzione, però: da qui a dire che non bisogna agire ne passa. Ci sono tanti interventi che dovremmo fare e invece non facciamo».

E allora, onorevole Bonino, cosa dovremmo fare per sconfiggere i terroristi islamici? «Intervenire su più livelli. Nazionale. Europeo. Internazionale».

Iniziamo dall’Italia. «Iniziamo dall’Europa, che ha bisogno di un servizio di intelligence comune. È da 20 anni che se ne parla, anche pochi giorni fa il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Unione, Gilles de Kerchove, lo ha sollecitato. Inutilmente. E i risultati li abbiamo sotto gli occhi. È mai possibile che un terrorista schedato in Belgio non risulti in Francia e neppure in Italia? È mai possibile che il famoso Salah Abdeslam, sospettato di essere una delle menti dell’attacco di Parigi, prenda una nave, faccia un giro in Grecia, torni a Bari, salga su un’auto, vada fino a Verona, venga fermato due volte e sparisca nel nulla? Ecco, è su questo che bisogna intervenire. E non solo: discutiamo sulle bombe sulla Siria e ci dimentichiamo altre emergenze. Paesi come Tunisia, Marocco e Giordania che rischiano il baratro. Uomini e donne che scappano dalle guerre. Oggi l’Europa è unicamente quello che gli Stati membri hanno voluto, cioè una zona di libero scambio, e stop. Un’area geografica dove ognuno alza i suoi muri, mette i suoi fili spinati, pur sapendo che entro il 2017 dobbiamo aspettarci 3 milioni di migranti».

L’Italia è in prima linea in questa emergenza. «E l’Italia deve decidersi ad affrontare davvero la questione. Non abbiamo una legislazione adeguata in termini di diritto di asilo, di integrazione non parliamo mai, siamo fermi alla legge Bossi-Fini e al reato di clandestinità. E non vedo nulla di nuovo all’orizzonte».

Resta il livello internazionale. «Qui vanno coinvolti le Nazioni Unite e l’Alto commissario Onu per i rifugiati. E sono da mettere in discussione certe alleanze storiche, finora intoccabili persino dalle critiche. A partire da quelle con le monarchie del Golfo ».

C’è chi paragona il terrorismo islamico al nazismo. «Ci sono similitudini dal punto di vista ideologico. Ma ci sono anche differenze. Il nazismo aveva una struttura precisa, l’Is si appella ai lupi solitari: “Ovunque siate, fate - come potete - la guerra santa”».

La paura è che le nostre vite normali continuino a essere stravolte dal pericolo di attacchi. «Mettiamoci bene in testa che il rischio zero non esiste. Però non è con i bombardamenti che si cambiano le cose. Gli americani, con noi dietro, a bombardare e uccidere un dittatore sono capaci. Ma poi? Dopo che succede? Quando abbiamo bombardato abbiamo sempre seminato disastri, basti guardare cosa sta succedendo in Libia, dove è altissimo il rischio di penetrazione dell’Is».

Il premier Matteo Renzi sostiene che per vincere il terrorismo si deve investire un euro in cultura ogni euro speso in difesa. «Bisogna vedere che cosa intende lui per cultura. Io penso che ci sia bisogno di parlare ai Paesi arabi. Occorre poter comunicare con popoli che stanno dall’altra parte del Mediterraneo e che ora seguono soltanto tv come Al Jazeera e Al Arabiya che non fanno che riferire dei bombardamenti come di attacchi occidentali al mondo arabo. Oggi solo la Bbc ha un canale in arabo. Aprirne degli altri, questo sì sarebbe importante. Perché dobbiamo finirla di pensare che i terroristi siano dei poveri, che il terrorismo nasca dalla miseria, non è così. Il terrorismo islamico ha alla base un’ideologia. E un’ideologia si vince con il pensiero, con una battaglia culturale. Non con le bombe».

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