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Il dramma delle spose bambine

di Edgarda Ferri
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Sono giovanissime, non hanno più di 8, 9 anni. Ma non sanno cos'è l'infanzia: nel loro destino c'è un marito, e l'ashram delle vedove quando lui muore. A queste piccole vittime la regista Deepa Mehta ha dedicato Water. Un film toccante, che racconta una tradizione antica e crudele

Sono giovanissime, non hanno più di 8, 9 anni. Ma non sanno cos'è l'infanzia: nel loro destino c'è un marito, e l'ashram delle vedove quando lui muore. A queste piccole vittime la regista Deepa Mehta ha dedicato Water. Un film toccante, che racconta una tradizione antica e crudele

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Una bambina di 8, forse 9 anni, è svegliata dal padre che, cautamente, l'avverte: «Tuo marito è morto, sei vedova». La bambina lo guarda sorpresa, non ricorda di essere stata sposata, ma senza fiatare lo segue fino a una casa sconosciuta. «Questa è la tua casa» le dice il padre. E lei, sgomenta: «Fino a quando?». E già noi sappiamo che sarà per sempre. È l'inizio del film Water della regista indiana Deepa Mehta, adesso nelle sale.
Bellissimo, candidato canadese all'Oscar come miglior pellicola straniera, bandiera indiscussa sulla condizione delle vedove in India: la più grande democrazia del Terzo Mondo, ad altissima tecnologia ma anche ad altissima miseria, dove la legge vieta che la vedova bruci insieme al marito morto; e dove, secondo un rapporto del 2001 dell'Organizzazione per la tutela dei diritti umani, 14 vedove al giorno muoiono in strani incidenti domestici: bruciate da un fornello, o cadute dalle scale.

“Svelate” attraverso un toccante film
L'idea di Water era venuta a Deepa Mehta a Varanasi, la città dell'Uttar Pradesh nel centro dell'India considerata sacra dagli induisti, seguendo una vecchia fin dentro un tugurio affollato di donne spettrali, di tutte le età, anche bambine di 8 o 9 anni, la testa rasata e avvolte nelle bianche garze del lutto. Era una casa di vedove: a Varanasi sono 47. Così è nato Water, sullo sconvolgente fenomeno della vedova indiana, cui rimane la possibilità di sposare un cognato, o chiudersi nell'ashram, la casa convento delle vedove. Per sempre. Deepa Mehta aveva iniziato a girare il film a Benares. Ma un gruppo di fondamentalisti indù si è precipitato sulla troupe, bruciando il set e minacciando di morte la regista e gli attori. Anche se la città del film è Rawalpur, Water è stato infatti girato nello Sri Lanka.

Sposate per lasciare intatta la loro purezza
Benché in India sia vietato alla donna di sposarsi prima dei 18 anni, in Stati come il Rajastan e l'Uttar Pradesh, secondo i dati dell'Unicef, 17 indiane su 100 si sposano sotto i 10 anni. Nel villaggio di Dadikar ki Dham, Sushila è stata sposata quando aveva appena 25 giorni con Yanaki, di 2 mesi.
E un'altra, a 7 anni, ha sposato il coetaneo Gauri. Dopo la cerimonia, le spose bambine dovrebbero tornare nella casa dei genitori fino alla prima mestruazione. I genitori che hanno fretta di disfarsi di loro le consegnano subito alla famiglia dello sposo. Giovanna Salvioni, docente di Antropologia culturale all'università Cattolica di Milano e studiosa dell'India, avverte subito che il fenomeno va letto attentamente, e non in modo del tutto negativo: «Premesso che in India il matrimonio è merce di scambio, un'alleanza, tanto che le nozze possono evitare una faida tra due famiglie, sposare una donna ancora bambina significa preservarla integra, lasciare intatta tutta la sua forza vitale, la sua purezza creatrice».

Emarginate quando muore il marito
Meno facile è trovare una giustificazione all'emarginazione delle vedove. Nel 2001 le vedove bambine erano 34 milioni. Secondo la cultura indù, la donna sposata appartiene per metà a suo marito. Morto il marito, la società non sa più cosa farsene di una donna a metà. Secondo calcoli governativi, 11 milioni di donne e bambine sono spinte dalla famiglia nelle case delle vedove. Molte ci vanno spontaneamente, e in tante vanno a Vrindavan, a ovest di Calcutta, per vivere di elemosina pregando davanti ai templi indù. Come alternativa c'è la prostituzione.
Racconta Andrea Comollo, funzionario di Action Aid, che si occupa di progetti nel Sud del mondo, e che in India ha varato un “progetto donna” per sostenere le vedove: «A Bombay, la metà degli abitanti vive nelle baraccopoli. In una di queste, adiacente a un quartiere a luci rosse, ho incontrato vedove che avevano dai 10 ai 15 anni. Circa il 90 per cento di loro gira l'angolo e diventa prostituta: quasi ovvio, per chi vive già sulla strada. Cerchiamo di convincerle a rendersi indipendenti imparando un lavoro. Organizziamo gruppi dove insegniamo loro a cucire o a lavorare la terra. Stare in gruppo è per queste bambine e ragazze importante, perché piano piano si aprono, parlano dei loro problemi, superano il tabù della riservatezza sulle loro pesanti vicende».
Anna Doneda, vicepresidente di Progetto Calcutta, l'onlus che si occupa a Milano delle adozioni a distanza, racconta di due casi di vedove bambine per le quali non è stato possibile intervenire per la chiusura della società e le pressioni delle loro famiglie. «Quello che almeno possiamo fare è raccogliere fondi per dare un supporto alle famiglie indigenti, e per mandare a scuola i loro figli. Vedove o no, per le bambine la scuola è fondamentale, dal momento che senza un titolo di studio non si accede a un lavoro regolare. Fra i nostri progetti c'è anche una casa di accoglienza per orfani, vedove e donne che hanno subito soprusi. L'importante è aiutarle a prendere coscienza che è un loro diritto chiedere aiuto».

Coinvolte in storie che fanno paura
Secondo Amnesty International, solo cinque bambine su 100 hanno infatti il coraggio di denunciare le violenze subite dal marito quando era in vita, e dai parenti quando sono rimaste vedove. Riconosce infatti Giovanna Salvioni: «Sono storie che fanno paura. Forse, però, se ne può uscire. Mostrando rispetto delle tradizioni, e delicatezza nel proporre dei cambiamenti. Noi non possiamo imporre niente. “Animato” da noi, il movimento deve essere attivato solo dall'interno». I primi buoni segnali arrivano da Ratoke, nel Punjab, dove Ambika, di 11 anni, era stata sposata a un uomo di 34. Dopo la prima notte, da incubo, Ambika ha chiesto aiuto a suo nonno, che si è rivolto alla Commissione dei diritti umani della città, e l'ha salvata.
Nel Ranga Reddy, lo Stato dove sorge Hyderabad, mecca mondiale dell'informatica, Sushila aveva sposato Narasimhulu. Aveva 12 anni, frequentava la scuola media, e pretendeva di continuare a studiare. Suo marito, 15 anni, era analfabeta, si ubriacava, non le permetteva di andare a scuola e la picchiava. Con l'appoggio di un'organizzazione non governativa che si occupa dei diritti infantili, Sushila è fuggita, si è rivolta alla polizia, e ha ottenuto il divorzio.

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