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L’11 dicembre è l’Isis Trolling day, il giorno della battaglia virtuale contro il Califfato

di Oscar Puntel
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È partita la guerra a colpi di social intrapresa da gruppi di hacker - Anonymous in testa - verso i taglia-gola dell'Isis. Verranno inviati messaggi su più piattaforme per ridicolizzare e distruggere l'immagine del Califfato Islamico

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È partita la guerra a colpi di social intrapresa da gruppi di hacker - Anonymous in testa - verso i taglia-gola dell'Isis. Verranno inviati messaggi su più piattaforme per ridicolizzare e distruggere l'immagine del Califfato Islamico

L'11 dicembre è l'Isis Trolling day. Il giorno della battaglia “virtuale”: la guerra a colpi di social intrapresa da gruppi di hacker verso i taglia-gola del Califfato Islamico. Si tratta di inviare messaggi su più piattaforme contro l'Isis per ridicolizzarlo, dissacrarlo, distruggerne l'immagine. “Li derideremo per la loro idiozia. Lo Stato Islamico si nutre di paura, noi gli mostreremo che non ne abbiamo”, ha scritto su twitter Anonymous, il più famoso fra i gruppi hacker.

Chi sono?
Hanno nomi strani come Anonymous, Ghost.org e Binary.sec. Sono “hacker”: “Persone con profonde conoscenze di informatica e sistemi tecnologici in generale, in grado di scoprire e sfruttare le vulnerabilità dei sistemi informatici per i propri scopi, che possono essere più o meno legittimi e legali”, ci spiega Marino Miculan, docente di Reti di calcolatori e sicurezza all’università di Udine.

Cosa fanno?
“Quando gli hacker utilizzano le loro capacità per obiettivi politici e sociali, vengono detti “hacktivist”, ossia “hacktivisti” in italiano. In pratica, queste persone conducono delle azioni che sono l’equivalente digitale di quelle che gli attivisti politici hanno sempre fatto”, aggiunge Miculan. Famose sono le loro azioni di “guerriglia digitale”, ovvero “attacchi mirati contro sistemi informatici governativi, corporativi (di banche, multinazionali), politici”. Gli hacker si intrufolano nei loro sistemi, talvolta rubano informazioni, talvolta le sostituiscono. Tant'è che il dibattito è sempre molto acceso se queste intrusioni siano giuste o meno: dipendono dalla finalità. “Gli hacktivisti – ci spiega Miculan - sono mossi da svariate motivazioni sociali e politiche, ma tra queste si distingue la lotta al controllo dell'informazione, alla censura di Stato, alla sorveglianza di massa, alla violazione della privacy, alla corruzione”. Generalmente le loro azioni informatiche vengono considerate un attentato alla sicurezza nazionale, specie se attaccano i sistemi governativi. Contro Isis, invece, potrebbero rivelarsi un alleato prezioso, visto che il Califfato opera anche su sistemi informatici nascosti, chat segrete, forum per videogiochi, bacheche criptate. E gli hacker hanno le competenze per scovarli.

Tuttavia, osserva l'esperto di reti informatiche: “C’è il pericolo che le azioni degli hacktivisti contro il Califfato, essendo per definizione slegate da qualsiasi coordinamento governativo, vadano ad interferire con le misure che le intelligence delle varie nazioni stanno già prendendo. Ad esempio, i servizi segreti occidentali tengono monitorate le piattaforme di comunicazione usate dai terroristi: se gli hacker attaccano e portano alla loro chiusura i loro account, i terroristi possono spostarsi su altre piattaforme di più difficile controllo, aumentando così le difficoltà per i servizi segreti”.

Come funziona il “trolling day”
“To troll” significa deridere, prendere in giro. Durante “Isis Trolling day” questi hacker inviano sui social network fotomontaggi, immagini ritoccate che hanno lo scopo di sbeffeggiare l'Isis. Agli utenti, questi hacker chiedono di condividere, ritwittare, rendere trending topic (cioè argomento di punta del giorno), l'ashtag #Daeshbags. Su twitter, ma anche su youtube e instagram. Su altre piattaforme, la strategia sarà diversa: saranno diffusi volantini e messaggi per dimostrare che Isis non ha nulla a che vedere con l'Islam. Con gli strumenti del “condividi” e il “mi piace”, la campagna condotta dagli hacker assume così una dimensione di massa, globale.

Il precedente
Ma Anonymous e colleghi si erano già impegnati con l'operazione #OpParis a scovare, stanare e bloccare gli account social, riconducibili a Isis. Si stimano addirittura 46mila account Twitter collegabili al sedicente Stato Islamico. Ognuno avrebbe una media di mille follower. I cacciatori virtuali di teste jihadiste qualche settimana fa hanno per esempio individuato un sito web di propaganda e sono intervenuti sostituendo i contenuti con una pubblicità del viagra. Si tratta di stanarli anche nei profili di Telegram, un servizio russo di messaggistica simile a whatsapp, che viene usato per il reclutamento e l'invio di informazioni fra gli affiliati.

Ha senso?
Ci spiega Marco Orioles, sociologo, studioso di immigrazione e Islam in Europa: “Isis trae la sua forza nella capacità di usare gli strumenti della comunicazione per la propaganda e il reclutamento. Contrastare questo tentativo iniettando negli stessi canali contenuti di segno contrario è anzitutto un legittimo tentativo da parte di chi non si riconosce in quelle idee marce, per rimpossessarsi di strumenti che in teoria nascono per muovere valori opposti a Isis, ovvero libertà, condivisione, giustizia e la pace. Al di là degli intenti degli hackers, va aggiunto che diversi governi nazionali (in Francia, Gran Bretagna e in parte anche Italia) stanno sviluppando strategie di contro-radicalizzazione fra i musulmani, proprio per sgonfiare l'immagine di onnipotenza che questo movimento apparentemente inarrestabile vuol dare di sé. Questa reazione a Isis va interpretata come un segnale di salute della società occidentale: ricordiamoci che la guerra allo Stato Islamico, prima che militare, è una guerra di idee”.

 

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