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Islam e convivenza

di Stella Pende
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Il pestaggio di Sassuolo è il sintomo di una rabbia che cresce. E a farne le spese  sono anche ragazzi colpevoli solo di essere islamici. Come Omar, che ha scelto di andarsene

Il pestaggio di Sassuolo è il sintomo di una rabbia che cresce. E a farne le spese  sono anche ragazzi colpevoli solo di essere islamici. Come Omar, che ha scelto di andarsene

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Tarik Ramadan, vero moderato tra  i pensatori arabi, dice che ci sarà pace nel nostro futuro solo se il cuore dell’Occidente toccherà quello dell’Islam.  Una povera illusione? A guardare gli ultimi fatti del Paese si direbbe di sì.  Solo una settimana fa un marocchino ubriaco viene bastonato a sangue da un gruppo di carabinieri a Sassuolo. E poi? Molti fra i cittadini del luogo fanno il tifo per “gli uomini dell’ordine”. Non certo per quel mascalzone di un immigrato. Lo stesso giorno, a Milano, un altro marocchino è fulminato dalla pistola di una guardia giurata, dopo una rissa. La paura del male che arriva con l’onda dell’immigrazione e dell’Islam cresce, e diventa rabbia.
In certi casi il sospetto è giustificato, in altri il pregiudizio e la violenza sono una malattia che corre e appiccica la gente come la peste. E tra gli immigrati per bene ora cresce la paura. E c’è chi sceglie di andarsene. O meglio, è costretto a farlo. Come è successo a Omar. Faceva il cassiere in una discoteca di Bergamo. Il suo “principale” lo descrive come: «Serio, lavoratore e molto affidabile». Ma Omar non aveva fatto i conti con le bande di giovanotti energumeni che frequentano  la discoteca. «Sono venuti con piccole svastiche attaccate alle orecchie» mi racconta lui. Poi sono arrivate le provocazioni: «Negro sporco... Stai lì alla cassa per intascare  i soldi della “robba” che vendi?». Questa e altre gentilezze atterrano sull’offesa più grande: «E tua moglie dove la vendi?». Omar dice che quelle parole gli stanno attaccate nella memoria come francobolli di dolore. Non fiata. Chiama il suo “padrone” e lo prega di mettersi al suo posto. «Sapevo che non sarei rimasto ad ascoltare per molto».
Ma non finisce lì. Omar esce dalla discoteca e nel parcheggio trova ad aspettarlo con spranghe e bastoni sei dei ragazzi. Poi non ricorda più nulla... Quando, il giorno dopo, si prepara per andare a denunciare l’accaduto, ecco una telefonata: «Abbiamo rubato la tua macchina, con tuo figlio dentro». Il cellulare di sua moglie è muto. Omar sta per impazzire dal terrore, quando si trova davanti una vicina con il suo piccoletto, Abdul, che passeggiano tranquilli. Era solo un avvertimento. Ma il povero marocchino non ce la fa. Ora è scappato da questo Paese, dove aveva sperato di far vero il suo sogno. Quanti come lui vivono nello stesso film? Quanti Omar incontriamo tutti i giorni?

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