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Israele e Palestina faranno mai pace?

di Christian Elia
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La rottura della tregua, il ritorno alla violenza: il Medio Oriente è di nuovo una zona calda. Vi raccontiamo le cause e i protagonisti del conflitto più lungo. Che a luglio arriva a una svolta decisiva

La rottura della tregua, il ritorno alla violenza: il Medio Oriente è di nuovo una zona calda. Vi raccontiamo le cause e i protagonisti del conflitto più lungo. Che a luglio arriva a una svolta decisiva

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Israeliani e palestinesi sembrano sull'orlo di una nuova guerra. Dopo un anno e mezzo di tregua relativa, nelle ultime due settimane sono ripresi gli attacchi palestinesi ai posti di blocco israeliani e i raid dell'esercito di Tel Aviv nella Striscia di Gaza. Perché si è arrivati a questa esplosione di violenza? E davvero c'è il rischio di un altro conflitto? Proviamo a capirlo insieme.

Chi governa in Israele?
Alle elezioni del 28 marzo scorso ha vinto Kadima, il partito fondato a novembre dall'allora premier Ariel Sharon. «Sharon è stato colpito da un ictus a gennaio e l’attuale primo ministro Ehud Olmert non ha il suo carisma» dice Menachem Gantz, corrispondente dall'Italia del quotidiano israeliano Ma'ariv. «Il ministro più apprezzato è quello degli Esteri, la 47enne Tzipi Livni». Aggiunge Maurizio Debanne, curatore del sito www.pacein medioriente.it, che da anni segue il conflitto. «Nelle poltrone chiave del governo non siedono militari, come in passato, ma civili. Però Olmert vuole diventare il leader che darà la pace e i confini definitivi a Israele».

Chi governa i palestinesi?
Il voto del 26 gennaio scorso ha segnato il trionfo del movimento estremista islamico Hamas. Subito dopo gli Usa e l'Unione europea, che lo considerano un gruppo terroristico, hanno tagliato gli aiuti umanitari ai palestinesi. «Io non ho votato per Hamas, ma questo partito ha vinto le elezioni e ha il diritto di governare. Invece, congelando i fondi, la comunità internazionale sta facendo di tutto perché il governo di Ismail Haniyeh cada» dice Ali Rashid, ex portavoce in Italia del leader storico dei palestinesi, Yasser Arafat. «Hamas, poi, non ha i mezzi per controllare il territorio: la polizia, per esempio, non dipende dal ministro dell'Interno, ma è nell’orbita di Al Fatah, il partito del presidente Abu Mazen».

Perché i palestinesi sono divisi?
Tutto nasce dal risultato delle elezioni. I palestinesi hanno premiato Hamas perché ha costruito scuole e ospedali. E hanno punito Al Fatah, il movimento di Arafat e di Abu Mazen, perché molti dei suoi esponenti erano corrotti. «Le milizie di Al Fatah non accettano ancora la sconfitta» dice Ali Rashid. «Da qui il caos e le violenze». «Questa situazione è anche figlia di un paradosso» dice Maurizio Debanne di www.paceinmedioriente.it. «Nel 2003 è stata creata la figura del premier, su pressioni americane e israeliane, per limitare il potere del presidente Arafat. Solo che ora le cose sono diverse».

Cos'è il piano israeliano di ritiro unilaterale dai Territori?
La Striscia di Gaza e la Cisgiordania, dove vivono i palestinesi, sono state prese dall'esercito di Tel Aviv nella Guerra dei sei giorni del 1967. E da allora vengono chiamate Territori occupati, anche perché in 40 anni gli israeliani hanno fondato numerose colonie. Ad agosto del 2005, per ordine di Sharon, sono state smantellate quelle a Gaza. «Il ritiro, unilaterale in quanto deciso da Israele senza trattative, ha scatenato molte polemiche perché non ha fermato gli attentati» spiega il giornalista israeliano Gantz. «Ma il popolo vuole la pace, e accetterebbe il ritiro dalla Cisgiordania di cui si è parlato».

A che punto è il processo di pace?
Il dialogo diplomatico è fermo da tempo. Israele non vuole rinunciare al governo di Gerusalemme. L'Autorità nazionale palestinese, il governo palestinese nato nel 1993, chiede il controllo di metà della città santa per farne la propria capitale. C'è poi la questione dello Stato palestinese, che dovrebbe sorgere in Cisgiordania e a Gaza. L'Anp vuole che i due Territori siano fisicamente collegati e che gli israeliani abbandonino le zone occupate dal 1967, mentre Tel Aviv non ha intenzione di sgomberare tutte le colonie. Hamas ha appena promesso una tregua lunga 60 anni se Israele rientra nei confini del 1967.

Perché l'ala militare di Hamas ha rotto la tregua con Israele?
«La vicenda è complessa» dice Ali Rashid, ex portavoce in Italia di Arafat. «Nonostante l'accordo del febbraio 2005, Israele non ha mai cessato le incursioni militari nella Striscia di Gaza, che solo negli ultimi 15 giorni hanno ucciso più di 20 palestinesi. Inoltre la maggior parte delle azioni antiisraeliane è opera di frange della popolazione che non sopportano più le incursioni e la povertà causata dal taglio degli aiuti».

Su cosa voteranno i palestinesi il 26 luglio?
Il presidente Abu Mazen ha indetto un referendum su un piano di pace firmato dai dirigenti politici palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (tra cui Marwan Barghouti, popolarissimo leader di Al Fatah eletto al Parlamento palestinese anche se condannato a cinque ergastoli da Tel Aviv). Il documento propone di fermare gli attentati in Israele, di creare uno Stato indipendente nei Territori occupati e di formare un governo di unità nazionale. «È un buon testo» dice Ali Rashid. «Ma rischia di diventare un boomerang. Molti pensano che il presidente Abu Mazen e Al Fatah lo vogliano usare contro Hamas. Il premier Ismail Haniyeh ha già detto che il governo boicotterà il voto».

C'è il rischio di una nuova guerra?
«Il momento è drammatico» dice l'israeliano Menachem Gantz. «Ma le popolazioni civili hanno pagato un prezzo altissimo da quando nel 2000 è scoppiata la seconda Intifada e hanno capito che le armi non sono la soluzione. Lo sa anche Hamas». «Il rischio di una terza Intifada c'è» ribatte il palestinese Ali Rashid. «I palestinesi sono ridotti alla fame e subiscono i continui attacchi israeliani: la disperazione potrebbe sfociare nella violenza. Per questo l'Europa e gli Usa devono tornare a mediare, come hanno fatto ripristinando in parte gli aiuti».

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