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51 ragazzi morti in Afghanistan. Ne è valsa la pena?

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Abbiamo perso 51 ragazzi in Afghanistan. Ne è valsa la pena?

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Abbiamo perso 51 ragazzi in Afghanistan. Ne è valsa la pena?

Cosa dovremmo scrivere sulla tomba del carabinere Manuele Braj, 30 anni e un figlio di sei mesi, ucciso da un razzo lanciato dai talebani il 25 giugno a Herat, Afghanistan? Morto per niente? Manuele è la vittima numero 51, nella fredda conta degli italiani che hanno perso la vita in questa guerra per la pace più lunga di quella del Vietnam. E poi, 160 soldati feriti. In termini militari è una cifra “modesta”, considerato che nell’intero conflitto, in corso da 11 anni, sono morte 67 mila persone, tra cui 15 mila civili. È iniziata dopo l’attacco alle Torri Gemelle dalle forze americane e inglesi (a cui poi si sono aggiunti 47 Paesi, tra cui l’Italia l’anno successivo: oggi è presente con più di 4 mila militari) per mettere fine al regime dei talebani e distruggere i campi di addestramento di Al Quaeda: la missione Enduring Freedom ha effettivamente raso al suolo la gran parte dell’organizzazione di Bin Laden in Afghanistan. Ma ha centrato l’obbiettivo racchiuso nel suo nome: “Libertà duratura”? Ci sono ancora tante domande sul tappeto. Cosa accadrà al Paese alla fine del 2014, quando le forze Nato torneranno a casa? Ce la faranno il presidente Hamid Karzai e il precario esercito afghano a evitare che i talebani riprendano il potere? Nonostante l’ingresso di Onu e Nato, ancora oggi in Afghanistan il 42 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, l’aspettativa di vita media è 44 anni, e la mortalità infantile è tra le più alte del mondo. Dunque, ne è valsa la pena? Ha un senso il sacrificio dei nostri soldati? «Certamente sì» dice convinto il generale Vincenzo Camporini, vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali. «Dobbiamo ricordarci com’era la situazione quando tutto è iniziato. Era come nel romanzo Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini, un mondo dove una donna accusata d’adulterio veniva lapidata in uno stadio. Dove una meraviglia archeologica come i Buddha di Bamiyan venivano presi a cannonate dai talebani perché offendevano la religione islamica. Un mondo che calpestava i diritti umani. Dovevamo inventare un Paese da zero, trasformarlo in una nazione capace di rapporti internazionali. Bisognava creare una struttura amministrativa e istituzioni credibili in una terra governata con regole medievali. Certo, si è rivelato un compito più difficile del previsto». Tra brogli e sperperi, come avviene spesso nei processi di ricostruzione, qualcosa d’importante però è cambiato. «Sono stati realizzati strade, pozzi d’acqua potabile (gli italiani ne hanno costruiti più di 550, ndr), nuovi edifici, ospedali pediatrici» dice Gabriele Torsello, il primo giornalista ad essere rapito in Afghanistan nel 2006 da una banda armata che aveva stretti rapporti con la polizia locale, autore di un bel libro di fotogiornalismo Afghanistan CameraOscura (Edizioni Kash GT). «Ma sono stati commessi anche errori, come presupporre l’esistenza di un’unica società afghana, mentre tutto è frazionato in etnie e tribù. Ogni progetto andrebbe trattato con i capi villaggio. Ed è proprio quello che, per fortuna, si comincia a fare ora».
Oggi sono sette milioni i bambini che hanno accesso allo studio, tra cui moltissime bambine. Ai tempi dei talebani erano poche centinaia, bambine zero. Anche se qualche problema resta. «La partecipazione delle piccole alle elementari è molto cresciuta» dice Alda Cappelletti, direttrice per l’Asia dell’organizzazione umanitaria Intersos. «Ma gruppi di insorti spesso danno fuoco alle scuole e avvelenano le acque destinate agli scolari per impedire che le bambine studino. Eppure» conclude con orgoglio «non sono riusciti a impedire che le femmine abbiano un’istruzione. Una conquista notevole». «Senza l’intervento Nato» ricorda Marco Braghero, presidente di Peace Waves International Network, una rete che unisce università, organizzazioni della società civile e scuole «non avremmo avuto la sicurezza per aprire la nostra scuola di musica».
Ma le donne stanno davvero meglio rispetto al regime dei talebani? «Sì, assolutamente. Hanno ottenuto diritti essenziali, come quello al lavoro, a uscire di casa non accompagnate, a studiare, anche se questo vale soprattutto per le grandi città e meno per le zone rurali» avverte Elisa Giunchi, docente di Storia e istituzioni dei Paesi islamici all’Università Statale di Milano. «Ma restano ancora vecchi retaggi culturali. L’uomo può sposare fino a quattro donne, la moglie no. Può divorziare con un ripudio, dopo il quale la donna ha diritto al mantenimento per pochi mesi. Sono costumi radicati nella popolazione. Ci sarebbe voluto un gesto di coraggio da parte del presidente Karzai, una riforma progressista a favore delle donne, che non c’è stata». Luci e ombre, dunque. Luci sono per esempio la partecipazione delle donne al Parlamento, il 28 per cento, più di quelle italiane. E l’impegno di molte di loro nelle associazioni per la difesa dei diritti. O il ruolo pubblico di personalità come Maria Bashir, procuratore generale della provincia di Herat. «Ma ogni tanto accadono anche storie tragiche» racconta Marco Braghero. «Ricordo che nel 2005, mentre eravamo impegnati nell’inaugurazione della nostra scuola di musica, Nadia Anjuman, tra le più affermate poetesse del Paese, veniva massacrata di botte a Herat dal marito per aver osato declamare i suoi versi in pubblico. Nel 2009, invece, Hur è arrivata all’ospedale di Herat con ustioni nel 60 per cento del corpo. Era stata la suocera, che non la considerava una buona moglie. Dopo cinque giorni di sofferenze, Hur è morta».

I dubbi maggiori riguardano la ricostruzione. «Servizi come acqua ed elettricità sono ancora precari e per questo è importante non abbandonare il Paese a se stesso» racconta Emanuele Giordana, giornalista, portavoce della Rete Afghana, un consorzio di associazioni, ong, docenti, cittadini interessati alle sorti del martoriato Paese. «Molto è dipeso dagli scarsi stanziamenti destinati alla ricostruzione: il rapporto è di uno a nove rispetto alle spese militari. Per questo al vertice di Tokyo che si è chiuso il 9 luglio ho proposto che per ogni euro risparmiato dal ritiro delle truppo Nato 30 centesimi vengano investiti nella ricostruzione civile». Ma importanti passi avanti sono stati fatti comunque. «Col ritorno degli afghani nelle scuole e nelle università» continua Giordana «si è creata una nuova classe dirigente colta, i giovani che governeranno il Paese in futuro. E le donne ora sono molto più consapevoli dei propri diritti». È difficile che un Afghanistan così accetti di tornare indietro, ai tempi dei talebani. «Da anni, poi, stiamo addestrando l’esercito e la polizia locale perché siano autonomi nel controllo del territorio» dice Camporini «e anche quando ce ne saremo andati, quest’attività di addestramento continuerà. Non lasceremo solo questo popolo, che oggi ha la possibilità di guardare al futuro». Dunque i nostri soldati non sono morti per nulla. Ne è convinta anche Giusy Pezzulo, figlia di Giovanni, maresciallo dell’esercito, ucciso in Afghanistan nel 2008: «Mio padre è stato un eroe» ha detto «come tutti quelli che sono caduti per portare pace e aiuto alla ricostruzione. Il suo sacrificio non dev’essere vano». Oggi anche lei indossa la divisa militare.  Anche la famiglia di Emanuele Braj, l’ultimo caduto, pensa che la sua morte non sia stata senza scopo? Lo abbiamo chiesto a loro. La risposta: il silenzio.

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