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Karim Franceschi, il combattente italiano in Siria

di Annarita Briganti
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Ecco la storia dell'unico italiano che ha difeso Kobane dall'Isis. Ha 25 anni e ha combattuto il Califfato Islamico con il kalashnikov in mano. Ora ha scritto un libro in cui racconta la sua straordinaria impresa

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Ecco la storia dell'unico italiano che ha difeso Kobane dall'Isis. Ha 25 anni e ha combattuto il Califfato Islamico con il kalashnikov in mano. Ora ha scritto un libro in cui racconta la sua straordinaria impresa

Il libro Il combattente (Bur) di Karim Franceschi è un memoir che trasuda vicende umane. La storia dell'unico italiano che ha difeso Kobane dall'Isis. Il racconto in presa diretta di chi ha vissuto la guerra civile siriana, paese dove si trova Kobane, nei pressi del confine con la Turchia, con il kalashnikov in mano, diventando così bravo a sparare da passare in pochi mesi - da gennaio ad aprile del 2015 - da soldato semplice a cecchino. E già questo basterebbe per appassionarsi alla lettura, ma c'è di più.

Karim Franceschi, l'autore, che quando si è unito ai "compagni" siriani, con l'aiuto dei centri sociali di Senigallia - la sua città - e di Napoli, aveva venticinque anni, è mosso da ideali democratici inculcatigli dal padre, Primo, che era un partigiano. È l'esempio paterno a guidarlo, anche quando ha rischiato di saltare su una mina antiuomo o si è dovuto nascondere in un cespuglio per dodici ore o non ha dormito per due giorni, combattendo senza sosta. È in memoria del padre, e dei partigiani che hanno sacrificato la loro vita per una società migliore, che Franceschi ha mollato tutto ed è partito volontario per fare il guerrigliero contro il Califfato.

Nato da un toscano e da una signora del Marocco, cresciuto nelle Marche, studente di liceo classico ed ex agente immobiliare, Karim Franceschi arriva al fronte il giorno della Befana, con una calza in mano piena di dolciumi per i bambini di Kobane, che chissà da quanto non vedevano un pezzo di cioccolata. La scritta sulla calza, "Buone feste", stride con lo scenario di distruzione e violenza che Franceschi ha dovuto affrontare fin dal primo momento. Quando l'attivista riparte, l'aprile seguente, è maturato come uomo ed è ancora più deciso a raccontare la ferocia di una guerra che ci riguarda tutti. Qui entra in gioco, con un dietro le quinte commovente, il giornalista di Repubblica Fabio Tonacci, che intervista Franceschi al suo ritorno in Italia. Dal loro incontro nasce l'idea del libro. Durante la stesura, il fratello di Tonacci, a cui è dedicato Il combattente, scompare in un incidente stradale. Il giornalista non solo conclude l'opera, ma si rifiuta di apparire in copertina, con un gesto di grande generosità nei confronti del ragazzo.

Un testo di forte impatto emotivo, con tante scene clou, dall'addestramento durissimo alle ronde notturne, dalla mancanza di un telefono, se non nella parte finale della permanenza dell'attivista in Siria, alla nostalgia per la madre, che era all'oscuro della reale missione del figlio. Se dovessimo scegliere un passaggio, senza svelare tropo ai lettori, c'è il momento in cui, verso la fine, Franceschi apre il suo amuleto, il dono della sua ragazza, che aveva portato sempre con sé, in battaglia. Una foto di loro due, scattata due anni prima, ricordo di una gita, e un foglietto su cui lei aveva ricopiato una poesia del messicano Jaime Sabines, Los amorosos, sugli innamorati e sulla sua capacità di aspettarlo in silenzio, di capire la scelta che lui aveva fatto, senza protestare. Con una considerazione finale: l'Italia è meglio di quel che pensiamo, se ci sono ancora ragazzi che difendono in questo modo un ideale di libertà e giustizia. Alla faccia di chi non crede nei giovani e nell'integrazione.

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