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La rivoluzione di Michelle Obama inizia dall’abito

di Antonella Boralevi
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Ritratto della prima first lady nera. La moglie di Obama è come il vestito tutto fuoco e fiamme che ha indossato la sera della vittoria: intrepida, decisa, orgogliosa. È lei, nata povera, oggi madre e donna di successo, il modello della nuova America: un Paese capace di premiare il talento e la forza di sognare

Ritratto della prima first lady nera. La moglie di Obama è come il vestito tutto fuoco e fiamme che ha indossato la sera della vittoria: intrepida, decisa, orgogliosa. È lei, nata povera, oggi madre e donna di successo, il modello della nuova America: un Paese capace di premiare il talento e la forza di sognare

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Cominciamo dal vestito. Il vestito che ha scelto per salire sul palco della vittoria. È questo vestito che racconta Michelle. Perché non è un vestito: è un programma politico, in una forma e nei termini in cui solo in America e dall'America si può capire. La notte di Obama, la notte del martedì che ha già fatto la storia, l'America del popolo era in piazza, l'America del potere era nelle case eleganti a celebrare le elezioni come se fossero un cocktail. Quando Barack ha vinto, lo stesso delirio si è impadronito di tutti. Ho visto magnati abbracciare commossi le loro guardie del corpo nere, buttafuori in lacrime brindare con il padrone di casa, dappertutto c'era lo stesso orgoglio di essere parte di un grande Paese che sceglieva di cambiare. «We are all fellows» siamo tutti dalla stessa parte, ha detto McCain. «Sento la vostra voce e sarò il vostro presidente» ha detto ai repubblicani Obama.

E poi, finalmente, è toccato a Michelle. «Voglio ringraziare il mio migliore amico, il mio amore della vita, mia moglie» ha detto il Presidente. E lei è arrivata con il suo vestito fiammato come un inferno, o un fuoco d'artificio, rosso e nero, di Narciso Rodriguez, un po' troppo vistoso per la sua taglia, per la sua età. Un vestito orgoglioso, deciso, intrepido. Un vestito per la Nuova America. Michelle viene dal South Side di Chicago, uno di quei quartieri che sono per chi ci abita un destino. Un quartiere di poveri, soprattutto neri. Ignoranti, perché in America la scuola è un lusso. Lei, la prima della sua famiglia, si è laureata in Sociologia e in Legge a Harvard. Ha fatto, contemporaneamente, la carriera accademica e l'avvocato dei poveri. Quando correva a fianco del marito per le primarie, a chi le chiedeva se gli Obama avrebbero ricreato il mito dei Kennedy, rispose decisa: «Camelot era una favola, abbastanza fasulla, io proprio non voglio vivere così». Dirlo, in America, da democratica, è una bestemmia.

Prendiamo le figlie. Malia ha dieci anni e Sasha sette.  Michelle ha detto con chiarezza che lei considera il suo ruolo di madre il suo lavoro più importante. Ecco un bel fuoco d'artificio per l'America delle famiglie dissestate, dei genitori inesistenti. Poi però si è affrettata a convocare alla Casa Bianca sua madre Marian Robinson, che ha tirato su le bambine mentre lei lavorava.

Prendiamo il marito. «Lei è la mia roccia» ha detto lui. Lei ha spiegato che non si vede per nulla con un ruolo politico. Però ha fatto sapere che presenzierà, sì, ai pranzi ufficiali, ma si occuperà soprattutto delle  famiglie dei soldati in guerra, degli studenti di talento che non hanno i soldi per pagarsi gli studi, dei genitori stremati dalla crisi economica. «È una che non si tira indietro» ha detto Sandra Matthews, la sua migliore amica di Chicago. Perché anche questo è Michelle: una piccola, solida rete di grandi amici dei tempi della scuola, gente che viene dagli stessi sobborghi popolari, che ha la stessa fiducia nel futuro, amici con figli con cui gli Obama passavano le domeniche al Pizza Kitchen di Chicago. Michelle ha chiara la sua sfida: gli Obama possono diventare il modello della Nuova America, onesta, solidale, serena, capace di premiare il talento e la forza di sognare, di cancellare i pregiudizi sociali e razziali.

Poteva dirlo con un tailleur?

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