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La vita orribile degli adolescenti migranti

di Donatella Gianforma

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Alessandro Penso quest'anno ha vinto il World press photo, premio prestigioso di fotogiornalismo, ma non è proprio uno che "se la tira". Lo incontro sul suo TIR che da Bari sta risalendo l'Europa fino a Bruxelles. The European Dream è una mostra fotografica itinerante pensata in collaborazione con l'agenzia Onu per i rifugiati.  "Il camion è un mezzo simbolico: è un modo per portare questi ragazzi dove loro non riescono ad arrivare" racconta il fotografo mentre distribuisce volantini ai visitatori. E' un fiume di parole Alessandro. Lui dei "suoi" adolescenti migranti, un gruppo di giovanissimi nordafricani e afgani  che ha incontrato alla fine del 2011 in Grecia,  parla come di amici che non rivedrà. I più piccoli al momento del reportage avevano 14 anni. "Con qualcuno sono riuscito a mantenere i contatti via Facebook ma altri no, li ho persi" dice con un filo di rammarico nella voce.  Ha vissuto con loro momenti drammatici mentre erano nascosti nelle fabbriche abbandonate di Patrasso o in una stazione dismessa di Corinto. In questi posti orribili, ricercati dalla polizia e da gruppi di violenti e di razzisti, migliaia di adolescenti che arrivano dal Medio Oriente o dall'Asia centrale trascorrono giorni, settimane, mesi nella speranza di riuscire prima o poi a nascondersi nella pancia di qualche tir e imbarcarsi sulle navi che attraversano il Mediterraneo verso l'Italia.

L'impresa di questi ragazzi è disperata. Il loro è un sogno destinato il più delle volte a infrangersi dopo anni di sofferenza, di solitudine e di abbandono. "Quello che racconto è il senso dell'accoglienza europea, è la mancanza di umanità e di rispetto per i figli di qualcun altro, perché di questo stiamo parlando, di ragazzini" mi dice Alessandro mentre guardiamo le foto della mostra.

"Lui è Mustafa" aggiunge indicandomi un ragazzo ripreso mentre viene travolto da un'auto. "Oggi ha 20 anni. Era partito dal Marocco dopo le rivolte arabe. Sognava la possibilità di vivere in un posto diverso. Voleva studiare. In Grecia  è stato attaccato da tre uomini del posto. Lo hanno investito sotto i miei  occhi e quando l'ho raggiunto in ospedale la polizia gli aveva già fatto un foglio che lo obbligava a lasciare il paese entro 15 giorni. Basta, non ce la faccio più- mi ha detto - Pago un trafficante me ne vado di qui. Lo ha fatto. Ci ha messo un mese per arrivare in Romania dove è finito in un campo. E da lì rimandato a casa".
L'inutile odissea di Jalil, invece, è durata dieci anni. Mi ha chiamato in questi giorni per dirmi che è finita, è tornato nel suo Paese. Lui è afgano e ha una figlia in Polonia. Per cercare di raggiungerla ha passato anni in Grecia. Ma i mesi scorsi  ha ricevuto una telefonata dalla madre ottantenne le cui condizioni di salute erano peggiorate. Lei gli ha chiesto di  poterlo rivedere e lui non ha avuto scelta. Ha chiesto il rimpatrio volontario. Dopo 10 anni non aveva ottenuto neanche un passaporto che gli permettesse di tornare nel proprio paese e poi ricominciare il suo percorso in Europa".

Il TIR di The European Dream è passato anche da Bari e Ancona.  "In queste città le persone venivano da me con domande sacrosante" continua Alessandro. "Alcuni mi hanno detto: ma se non riesco a cavarmela io come faccio ad aiutare loro? Chiara che ho incontrato ad Ancona mi ha spiegato che stava per partire per Londra, per andare a lavorare nel ristorante di un amico. Anch'io sono una che deve emigrare, mi ha detto. Ma tu puoi farlo, le ho risposto. Tu puoi andare a cercare altrove quello che non trovi più nel tuo Paese. Allora perché non riesci a sentirti vicino ai ragazzi di queste foto, che subiscono lo stesso destino ma a cui viene proibito di battersi per una vita migliore? Con il mio reportage voglio abbattere la paura della povertà altrui. E spiegare che  a volte far qualcosa significa anche solo non negare un sorriso".
E voi cosa ne pensate? Cosa possiamo fare tutti noi per questi ragazzi?

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