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Le mamme di Bosnia continuano a piangere i loro figli

di Sabrina Barbieri
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Sono passati dieci anni da quell'11 luglio 1995. Ma l'orrore e il dolore sono sempre vivi nel cuore delle migliaia di mogli e madri a cui il genocidio ha strappato i familiari più cari. Ce lo ricorda, con una toccante testimonianza, Irfanka. Una donna forte e tenace, che oggi cura le ferite nell'anima dei sopravvissuti

Sono passati dieci anni da quell'11 luglio 1995. Ma l'orrore e il dolore sono sempre vivi nel cuore delle migliaia di mogli e madri a cui il genocidio ha strappato i familiari più cari. Ce lo ricorda, con una toccante testimonianza, Irfanka. Una donna forte e tenace, che oggi cura le ferite nell'anima dei sopravvissuti

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Lo sguardo di Irfanka Pasagic non si fa catturare. Riesci a fermarlo per una frazione di secondo e poi si abbassa, ti scappa via. Come per non svelare il dolore che nasconde. Un dolore vecchio di dieci anni, ma che ancora oggi bagna di lacrime quegli occhi tristi quando chiedi: «Lei chi ha perso nel genocidio del luglio 1995?». La voce arriva rotta: «Il figlio di mia sorella, mio cognato, tanti parenti, amici...». Poi si ferma. Non riesce a parlare della sua tragedia personale, questa donna di Srebrenica. Che pure è così forte da aiutare ogni giorno, grazie al lavoro di psichiatra, i musulmani scampati al massacro compiuto dai serbi nella sua città: la strage più atroce della guerra civile che per tre anni ha devastato la Bosnia-Erzegovina. Per Irfanka è più facile snocciolare le cifre dell’orrore: 8.106 uomini (10 mila secondo i familiari delle vittime) uccisi nelle due settimane successive all’11 luglio, il giorno in cui Srebrenica è finita nelle mani delle truppe del generale Ratko Mladic.

Settemila cadaveri sono stati ritrovati, accatastati come bestie nelle fosse comuni. Quattromila di quei corpi aspettano ancora un nome, chiusi in sacchi bianchi sugli scaffali di un obitorio nella città di Tuzla. È qui che oggi Irfanka vive. Ed è qui che, con la sua associazione “Tuzlanska Amica”, cura le ferite nell’anima dei sopravvissuti al genocidio. Qualche ragazzino troppo piccolo per essere ucciso nel 1995. E soprattutto mogli, madri, figlie e sorelle di chi non c’è più: donne risparmiate dalla morte, ma non dagli stupri e dalle violenze.

Come fa, con tutto il dolore che si porta dentro, a lenire la sofferenza e la rabbia degli altri?

(sospira, si mette le mani nei capelli) «Cerco ogni tanto di staccare per un po’. Non è facile. All’inizio pensavo di non riuscire ad andare avanti. Sono rimasta ferma a piangere per tre giorni. Ho ricominciato a vivere grazie all’aiuto di mio zio, anche lui psichiatra».

E cosa le dà la forza di continuare?

«Vedere un ragazzo che torna a sorridere: è un’iniezione di energia».

Perché i sopravvissuti hanno ancora bisogno delle cure degli psicologi?

«Perché la tragedia non è finita dieci anni fa. Tantissimi adulti soffrono di depressione, il tasso di suicidi è alto. Poi ci sono gli adolescenti che escono dagli orfanotrofi e si ritrovano sulla strada: molti diventano tossicodipendenti. Per non parlare dei bambini. Non ricordano o non hanno vissuto il massacro, ma stanno male perché sono circondati da persone che soffrono. E che continueranno a farlo».

Come mai è così pessimista?

«È impossibile superare il dolore se non hai una tomba su cui piangere il marito, il padre o il figlio che ti hanno ammazzato. E purtroppo i corpi senza un nome sono ancora molti e non tutte le fosse comuni sono state scoperte. Ogni volta che ne viene alla luce una, poi, bisogna identificare i resti. Un trauma che si aggiunge all’altra terribile sofferenza quotidiana a cui è costretta la gente tornata a Srebrenica: incontrare per strada i criminali di guerra, averli come vicini di casa».

Circolano impuniti?

«Certo. Le autorità locali ne hanno catturati pochissimi. E proprio i peggiori sono diventati ricchi e potenti. Si comportano come se il genocidio non fosse mai stato compiuto».

Perché i massacratori non stanno pagando le loro colpe?

«Dopo gli accordi di pace Srebrenica è rimasta nella Repubblica Srpska, dove abitano i serbi. E per la maggioranza di loro l’11 luglio non è il giorno del strage che ha indignato il mondo: è quello della liberazione della città. In queste ore festeggiano, gli spari di gioia sono insopportabili. Quando ci penso, mi convinco che la guerra non è mai finita. Che non può finire se i protagonisti della stessa storia hanno visioni così diverse, se le vittime non sono riconosciute come tali. So che anche i musulmani hanno molte colpe nei confronti dei serbi, ma qui stiamo parlando di genocidio...».

Come si fa a vivere porta a porta con chi ha ucciso le persone che amavi?

«Già, come si fa? Io non ce la faccio. È per non trovarmi di fronte a chi ha partecipato al massacro dei miei cari che non sono più tornata nella mia città».

Non ha mai più visto la casa da cui è stata cacciata?

«No, ma la sento ancora mia. Mi considero una cittadina di Srebrenica che per il momento sta a Tuzla. Mi tengo in contatto con chi è tornato e, in fondo, è come se vivessi ancora là».

Oggi che città è Srebrenica?

«Spettrale, fisicamente e psicologicamente morta, dove nessuno riesce più a essere felice».

Quando ci tornerà?

«Quando sarà fatta giustizia».

Cos’è la giustizia per lei?

«Non spero di vedere tutti i criminali in carcere, non sono così ingenua. Ma voglio che vengano fatti ufficialmente i nomi degli aguzzini e delle vittime. Lo pretendo per i nostri bambini: non devono crescere pensando che i delitti possono restare impuniti. E lo chiedo per i sopravvissuti: solo quando il genocidio non verrà più negato dai responsabili potremmo pensare di superare il trauma. Una madre mi ha detto: “Non credono che mio figlio sia morto dieci anni fa, sono io a dover dimostrare di aver avuto un figlio”. Come possiamo pretendere che questa donna dimentichi?».

La guerra che ha sconvolto la ex Jugoslavia

Fino al 1991 la Bosnia-Erzegovina faceva parte della Repubblica Federale socialista jugoslava, comunemente detta Jugoslavia. «Ma a dicembre di quell’anno, seguendo l’esempio di Croazia e Slovenia, il Parlamento di Sarajevo dichiara l’indipendenza da Belgrado. E pone le basi per la guerra» ricorda il giornalista Ennio Remondino, che per la Rai ha seguito il conflitto nei Balcani. Con lui ripercorriamo i momenti più importanti del dramma bosniaco.

Gennaio 1992. La Bosnia-Erzegovina diventa indipendente. Gli abitanti sono di tre nazionalità diverse: serba, musulmano-bosniaca, croata. La convivenza si manifesta subito difficile.

Marzo 1992. I serbo-bosniaci attaccano la città di Bosanski Brod: inizia così la guerra civile.

Aprile 1992. Comincia l’assedio di Sarajevo da parte dei serbo-bosniaci. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu vota la risoluzione per l’invio dei Caschi blu.

Aprile 1993. Si apre un conflitto nel conflitto: quello tra musulmano-bosniaci e croati.

Luglio 1995. Le forze Onu abbandonano la zona protetta di Srebrenica. L’11 luglio la città musulmana cade nelle mani del generale serbo Ratko Mladic.

Novembre 1995. Vengono firmati gli accordi di Dayton. La Bosnia è divisa in due: la Repubblica Srpska, dove vivono i serbo-bosniaci, e la Federazione croato-musulmana. La pace, però, resterà un miraggio.

Tra sofferenza e coraggio Irfanka Pasagic è una delle migliaia di donne che a Srebrenica hanno perso padri, mariti, figli. Con la sua associazione "Tuzlanska Amica" aiuta i sopravvissuti alla strage. Per questo ha appena vinto il Premio Alexander Langer, assegnato ogni anno a chi combatte per la giustizia e la libertà.

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