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Le tragedie incomprensibili ci feriscono di più?

di Elisa Venco
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Elisa Venco

Giornalista a Donna Moderna, dove si occupa di attualità, è la curiosità fatta persona. Ama le...

Appena nato, è già un "must". Il museo dell’11 settembre, inaugurato circa un mese fa a New York , è subito diventato una meta imperdibile per chi visita la Grande Mela.

Certo, vale la pena di vedere il Memoriale, eretto a Ground Zero; ma se ne esce sconvolti, ve lo assicuro. Gli effetti inaspettati iniziano poco oltre l’ingresso, dove sono sistemate due gigantesche travi d’acciaio, recuperate tra le macerie delle Twin Towers: strutture lunghe più di 20 metri, che pare impossibile non abbiano retto. E così è per la scala, il camion, gli altri oggetti massicci che incredibilmente si sono accartocciati così, come fogli di carta.

Ma poi. Poi c’è la la galleria delle vittime, ed è una fucilata al cuore: un bunker pieno di foto, effetti personali, registrazioni di telefonate disperate, la cui tragicità è devastante. Ricordo la dichiarazione di una moglie, che pregava che quel giorno di settembre, pure terribile per la sua famiglia, non finisse mai, perché era l’ultimo che avrebbe mai potuto condividere con il marito, vittima del crollo di una Torre. L’anello di un’impiegata che trovava bellissimo l’insieme delle Torri Gemelle, in cui si recava felice ogni giorno. Un messaggio lasciato su una segreteria telefonica, estremo saluto di chi era prigioniero delle fiamme.

Nonostante questo, o forse proprio per questo, vi invito ad andare al museo, se passate da New York. La città non è stata più la stessa da allora. Non lo è il mondo e neanche noi, forse, siamo quelle di quel momento. Quella tragedia è stato troppo: troppo immensa, troppo dolorosa, troppo inattesa, troppo di tutto. Non a sproposito, infatti, il trauma dell’11 settembre è stato definito “sublime”, per quello che questo aggettivo, letteralmente, significa: un evento così incommensurabile che ti pietrifica dal terrore.

Sono certa che ognuna di noi si ricordi dov’era e cosa faceva quando ha scoperto quello che succedeva a Manhattan, quella luminosa mattina di fine estate. In televisione, vedevamo l’orrore. Provavamo l’orrore. Ma la cosa che più mi ha colpito, durante la mia visita a Ground Zero, è stata una riflessione contenuta in un filmato. Ne sono protagonisti il presidente Bush, l’allora capo del Pentagono e Condoleeza Rice, ex segretario di Stato: insomma, tutte le alte cariche degli Stati Uniti il cui mandato era, principalmente, di proteggere gli americani. Tutti costoro ricordano il momento in cui hanno saputo, la difficoltà di decidere che fare, lo smarrimento, la sofferenza, la paura. E a un certo punto la Rice riporta un dettaglio decisivo: mentre gli statunitensi e il resto del mondo vedevano le immagini di quel dramma atroce, le facce del presidente Bush, dei militari, dei politici responsabili, erano “invisibili”. Nessuna autorità spiegava in tv cosa era successo perché nessuno riusciva a capirlo.

E allora a me viene un dubbio: sicuramente vedere quelle sequenze è stato terrificante. Ma se, a spaventarci, fosse stato soprattutto quello che non vedevamo, quello che mancava, ovvero qualcuno che ci spiegasse il senso di tutto questo?  Le cose incomprensibili risultano più inaccettabili di quelle che ci feriscono a morte, ma hanno una "logica"? O di fronte allo strazio nessuna spiegazione può tranquillizzarci?  Ecco, scrivetemi cosa ne pensate. E, se potete, visitate New York e il suo nuovo, imperdibile, museo.

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