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Le voci delle donne d’Africa

di Laura M. Bosisio
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Si è appena conclusa la prima edizione del World Social Forum ospitata dal continente nero. Si è parlato di lotta all'Aids, di cancellazione del debito, di sviluppo, ma soprattutto tante donne sono uscite dall'anonimato delle statistiche con la loro voglia di lottare per un futuro migliore

Si è appena conclusa la prima edizione del World Social Forum ospitata dal continente nero. Si è parlato di lotta all'Aids, di cancellazione del debito, di sviluppo, ma soprattutto tante donne sono uscite dall'anonimato delle statistiche con la loro voglia di lottare per un futuro migliore

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Korogocho è un nome famoso. Sicuramente avrai sentito nominare la baraccopoli di Nairobi in cui ha vissuto per anni Alex Zanotelli, un missionario Comboniano in prima fila nella denuncia della povertà e delle terribili condizioni in cui oltre 120.000 persone vivono in quel quartiere, senza servizi, scuole o ospedali. Gli "slums" sono enormi quartieri di baracche in cui ognuno cerca di sopravvivere come può: un lavoro occasionale è un colpo di fortuna che non a tutti capita, e allora ci si arrangia con quello che si rimedia in giro, con un'elemosina, un piccolo furto, nei casi purtroppo più drammatici con la prostituzione. Korogocho non è l'unica baraccopoli di Nairobi e nemmeno la più grande: a Mathare Valley vivono 350.000 persone, a Kibera addirittura 800.000.

Per qualche giorno, dal 20 al 25 gennaio, il sipario si è alzato su questa realtà di cui è così difficile sentir parlare. Nairobi, infatti, è stata sede del World Social Forum, un appuntamento che da Porto Alegre, in Brasile, ha lanciato un modo nuovo di parlare dei problemi dello sviluppo, attraverso dibattiti, workshop e manifestazioni che coinvolgono in prima persona gli abitanti dei paesi del Sud del mondo.

I numeri sono quelli dei grandi eventi: 1200 seminari, 100.000 tra delegati e visitatori, 30.000 partecipanti alla sfilata iniziale che è stata più di una manifestazione: è stata un'esplosione di speranza. Da Kibera a Uhuru Park, nel pieno centro della capitale del Kenya, migliaia di persone tra cui un numero incredibile di bambini hanno sfilato in un corteo coloratissimo per gridare forte la loro determinazione a uscire dall'anonimato, a smettere di essere solo numeri nelle statistiche delle tragedie del continente africano.

Sono stati cinque giorni di luci e ombre quelli del primo Social Forum africano, con qualche disguido, qualche difficoltà di traduzione, qualche contestazione per il prezzo del biglietto che veniva richiesto ai partecipanti (abolito dopo una paziente mediazione), ma sono stati anche pieni di momenti significativi e di incontri che non si dimenticano facilmente.

Tre premi Nobel, la keniana Wangari Maathai, la statunitense Jody Williams e l'iraniana Shirin Ebadi, si sono unite a centinaia di donne presenti al Moi International Sports Centre, il luogo di ritrovo del Social Forum, e hanno lanciato un appello per i diritti delle donne e delle ragazze, diritti troppo spesso calpestati in un continente in cui il peso della famiglia grava quasi completamente sulle mamme, donne coraggiose che ora alzano la loro voce per arrivare fino a noi. Il World Social Forum è stato più di una grande manifestazione, è stato il grido di un continente, non lasciamo che la sua eco si spenga.

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