del

Medici senza Frontiere: «Noi in Siria sotto le bombe»

di Natascia Gargano
Vota la ricetta!

Sono impegnati in un Paese in guerra, per aiutare uomini, donne e bambini. E rischiano (o perdono) la vita negli ospedali devastati da piogge di bombe e di missili. Sono gli operatori umanitari di Medici senza Frontiere. Olivia Tanini, 32enne di Firenze, è una di loro. Ecco la sua testimonianza

Sono impegnati in un Paese in guerra, per aiutare uomini, donne e bambini. E rischiano (o perdono) la vita negli ospedali devastati da piogge di bombe e di missili. Sono gli operatori umanitari di Medici senza Frontiere. Olivia Tanini, 32enne di Firenze, è una di loro. Ecco la sua testimonianza

Un caffè con Donna Moderna

Provincia di Idlib, Siria del Nord, 15 febbraio, 9 del mattino. L’ospedale Ma’arat Al Numan, dove lavora Medici senza Frontiere, viene distrutto da un attacco aereo. Missili russi, anche se il Cremlino respinge le accuse. «Tutto lascia intendere che si tratti di un’azione deliberata» commenta Olivia Tanini, 32 anni, fiorentina, vice capo missione dei progetti di Msf in Siria, un Paese dove l’organizzazione umanitaria gestisce 6 ospedali e ne supporta altri 150. «Aver distrutto l’ospedale  Ma’arat Al Numan significa aver privato 40.000 persone di uno dei pochi punti di riferimento sanitari rimasti. Uomini, donne e bambini già stremati da 5 anni di conflitto. A causa dei continui attacchi la gente scappa: si stimano 45.000 nuovi arrivi al confine con la Turchia, dove io sto lavorando, il che non fa che aggravare la crisi umanitaria. E le vittime principali sono i civili: questa è una guerra dichiarata contro la popolazione siriana. Il loro Paese si è trasformato in una trappola mortale».

Ci racconta l’attacco?
«Era mattina. In pochi minuti due aerei hanno sganciato 4 missili contro l'ospedale. Circa 30-40 minuti dopo c’è stato un altro attacco che ha colpito anche i soccorritori, uno dei quali è rimasto ucciso. È la dinamica del “doppio attacco”: si lancia una prima offensiva e poi si colpiscono i soccorritori e le strutture mediche che si prendono cura dei feriti. Questa è una guerra dichiarata contro la stessa popolazione siriana. Il loro Paese si è trasformato in una trappola mortale, come denuncia il rapporto di Medici senza Frontiere appena pubblicato».

Cosa significa la distruzione di un ospedale?
«Vuol dire lasciare decine di migliaia di uomini, donne e bambini senza cure. I combattimenti continuano a colpire un sistema sanitario già devastato. Nelle ultime settimane diversi ospedali hanno subito bombardamenti aerei ad Azaz e nelle aree rurali intorno ad Aleppo, tra cui almeno tre ospedali supportati da Msf».

E ora cosa fate?
«Sul campo continuiamo a dare il massimo aiuto possibile, sia in Siria sia nei Paesi confinanti. Oltre a gestire direttamente 6 ospedali siriani con il nostro staff locale, supportiamo una rete di 150 medici e strutture sanitarie che eroicamente continuano a soccorrere la popolazione. Forniamo il materiale medico, sosteniamo gli stipendi dello staff e le spese di gestione, li supportiamo con consigli tecnici per lo svolgimento dei loro interventi. E poi continuiamo a chiedere che i bombardamenti indiscriminati contro i civili, le scuole, i mercati, gli ospedali, i luoghi dove la gente si sente più al sicuro, cessino immediatamente».

Cosa dicono i siriani?
«Siamo a un momento di rottura. Quasi due milioni di persone vivono sotto assedio. Non ne possono più, non hanno più speranza e non vedono la fine di questo brutale conflitto. Parlo tutti i giorni con un mio caro amico e collega che si trova ancora nel distretto di Azaz. Ho potuto vederlo una sola volta perché non si può muovere ed è molto preoccupato».

Lei dove si trova adesso?
«Attualmente mi trovo a Gaziantep, nella Turchia meridionale. Da maggio 2015  svolgo un ruolo di coordinamento per i progetti di Msf in Siria con particolare riferimento al distretto di Azaz e la città di Aleppo. Ho 32 anni, sono di Firenze, ho un master in studi orientali e sono specializzata in Storia contemporanea dei Paesi Arabi e lingua araba. Durante i miei studi universitari ho vissuto a Damasco per circa un anno e ho avuto occasione di visitare e conoscere tutto il Paese».

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna