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Come si vive in un Paese dove ci sono tutte queste sparatorie?

di Cristina Sarto
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Dopo la strage all’Umpqua Community College di Roseburg, nell’Oregon, negli Stati Uniti si vivono rabbia, paura e angoscia. Le stesse emozioni dipinte sul volto del presidente Obama nel commentare l'accaduto. Le stesse che ci racconta una nostra giornalista che abita in America e ha una figlia: “davanti alle scuole ci sono i poliziotti armati"

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Dopo la strage all’Umpqua Community College di Roseburg, nell’Oregon, negli Stati Uniti si vivono rabbia, paura e angoscia. Le stesse emozioni dipinte sul volto del presidente Obama nel commentare l'accaduto. Le stesse che ci racconta una nostra giornalista che abita in America e ha una figlia: “davanti alle scuole ci sono i poliziotti armati"

Si vive con sgomento, rabbia, paura. Gli stessi stati d’animo che poche ore dopo la sparatoria nell’Umpqua Community College di Roseburg, nell’Oregon, erano sulla faccia di Barack Obama mentre parlava alla Nazione. Non più, o non solo, Obama il Presidente algido e cattedratico, ma il padre che ogni sera si siede a cena con le sue ragazze, Malia e Sasha.

Per chi, come me, vive in America e ha una figlia, questa ennesima sparatoria di massa è un pugno nello stomaco. Perché non è lontana, non riguarda i meno fortunati. È nell’aria. O meglio, nella (in)civiltà di questo Paese che permette a chiunque di comprarsi un’arma da fuoco presentando un documento di identità. Succederà ancora e potrebbe succedere a tutti.

Lo dicono i numeri. Dall’inizio dell’anno sono 8.512 gli americani uccisi in un conflitto a fuoco e questa è la 45sima sparatoria in una scuola. Non solo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, negli Stati Uniti il tasso di omicidi che coinvolgono dei giovani è 10 volte superiore a quello degli altri Paesi industrializzati, al pari con quello delle nazioni ancora in via di sviluppo.

Ci pensavo qualche mese fa, quando uscivo dall’asilo di mia figlia e incontravo una faccia sconosciuta che cercava di entrare: ogni volta gli chiudevo la porta in faccia, chiedendogli di suonare il videocitofono per farsi riconoscere. E ci penso anche adesso, mentre la mattina la accompagno a scuola e osservo il poliziotto (armato) che all’ingresso controlla chi entra e chi esce.

Perché le immagini di 3 anni fa del massacro della scuola elementare di Sandy Hook, nel Connecticut, a un centinaio di chilometri da dove vivo, ce le ho ancora impresse nel cuore. Allora morirono 20 bambini e 6 adulti. E Wayne LaPierre, vicepresidente della National Rifle Association, dichiarò: «L’unica cosa che può fermare un uomo cattivo armato è un uomo buono armato». Da non crederci.

L’America è spesso un Far West e in questi momenti mi chiedo se sia davvero il posto migliore al mondo dove vivere. Per fortuna, anche in questa tragedia ci sono storie d’amore che resistono. Come quella di Chris Mintz, un trentenne che giovedì si trovava all’interno del College di Roseburg. Quando ha sentito gli spari ha cercato di impedire al killer di entrare nell’aula. Si è preso tre proiettili ed è caduto a terra, prima di implorare: «Oggi è il compleanno di mio figlio». L’assassino ha colpito ancora, ma Chris si è salvato. E oggi Tyrik, il suo bimbetto di sei anni, andrà a trovarlo in ospedale.

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