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Papa Francesco e la pace in Medio Oriente

di Monica Triglia
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Negoziati, impegni, abbracci, strette di mano. E poi il nulla. Ma oggi, grazie a Papa Francesco, una nuova speranza di pace tra Israele e Palestina c'è

Negoziati, impegni, abbracci, strette di mano. E poi il nulla. Ma oggi, grazie a Papa Francesco, una nuova speranza di pace tra Israele e Palestina c'è

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Monica Triglia

Nata a Casale Monferrato, è vicedirettore di Donna Moderna. Ama viaggiare, leggere, gli animali. Ha...

La televisione rimanda le immagini di Papa Francesco, del presidente israeliano Shimon Peres e di quello palestinese Abu Mazen. Sono insieme, nei Giardini Vaticani, e Bergoglio dice parole che mi rimbombano in testa: «Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza».


Ascolto. E guardo in televisione una pagina di storia. Ha la data dell’8 giugno 2014 il tentativo, anzi l’invocazione, del Pontefice affinché riprendano le trattative per portare la pace in Medio Oriente, tra due popoli che sono in guerra da sempre.



L’atto di questo Papa coraggioso viene dopo altri negoziati, impegni, abbracci, strette di mano. Immagini che hanno accompagnato la mia vita e che potete vedere nella fotogallery qui sopra. Da Camp David nel 1978, con il presidente Usa Jimmy Carter che sorride tra l’israeliano Menachem Begin e Anwar Sadat, presidente di quell’Egitto che per primo aveva riconosciuto lo Stato ebraico, alla Casa Bianca nel 2010, con il presidente Obama e il suo incontro con i leader egiziano Hosni Mubarak, israeliano Benjamin Netanyahu, palestinese Abu Mazen e giordano Abdullah II.

Grandi speranze, sempre naufragate nel nulla.

Sono stata in Israele e nei territori palestinesi due volte, un anno dopo l’altro. Sono tornata perché non mi era bastato un viaggio, volevo capire meglio, parlare con la gente. Sulla strada per Betlemme, davanti al muro alto 8 metri che divide Israele dal territorio palestinese, un muro lungo e angoscioso e opprimente, ho pensato anch’io che la pace fosse qualcosa di impossibile.



Nessuno si illuda che scoppi la pace: è il monito dei commentatori dopo l’incontro voluto da Papa Francesco. Ma ha ragione chi dice che c’è una forza straordinaria nelle immagini dei “nemici” Peres e Abu Mazen sorridenti accanto a Bergoglio, nel loro abbraccio, nell’ulivo che insieme hanno piantato nei giardini vaticani, nella preghiera comune recitata con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo a rappresentare le religioni ebraica, cristiana e musulmana.

«Non so più neppure sperare» mi aveva detto il ragazzo palestinese che mi aveva accompagnato a visitare Betlemme. «Non ci spero più» mi aveva confidato il giovane israeliano che lavorava nel mio albergo di Gerusalemme.
Oggi, io ne sono convinta, per loro e per il mondo una nuova speranza di pace c’è.

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