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Parigi, Place de la République: ieri sera c’ero anch’io

di Carla Diamanti
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Panico in Place de la République, a Parigi, durante le celebrazioni commemorative per gli attacchi terroristi del 13 novembre. È successo domenica 15 novembre, quando si sono uditi - così sembrava - degli spari. Ma per fortuna si è trattato solo di un falso allarme. Ecco la testimonianza di un'italiana, che si è ritrovata a fuggire, insieme a sua figlia, in mezzo alla folla impaurita

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Panico in Place de la République, a Parigi, durante le celebrazioni commemorative per gli attacchi terroristi del 13 novembre. È successo domenica 15 novembre, quando si sono uditi - così sembrava - degli spari. Ma per fortuna si è trattato solo di un falso allarme. Ecco la testimonianza di un'italiana, che si è ritrovata a fuggire, insieme a sua figlia, in mezzo alla folla impaurita

Panico. Migliaia di persone in corsa. La mano saldata a quella di mia figlia che correva troppo forte e senza guardare me, indietro, che dovevo resistere a chi correva in mezzo a noi, in tutte le direzioni, con il rischio di spezzare l'acciaio che era diventata la nostra stretta. Il cervello concentrato sulla mano che mi tirava e cui ero aggrappata. I sensi puntati su di lei per non perderla di vista con gli occhi per sentire se mi urlava qualcosa fra le urla di tutti. Da che parte scappare dove andare? Mi ha trascinato dentro un grande negozio di sport, preso d'assalto dall'onda umana. Dentro tutti correvano all'impazzata ovunque, cercando rifugio tra giacche e pantaloni da ginnastica. Le scarpe no, di qua.

Lei mi tira in un angolo, non c'è nessuno. Respiro e urlo il nome del negozio all'interno della mia giacca. Sono microfonata perché sono con una troupe di colleghi e so che il cameraman può sentirmi. Ci siamo persi quando è cominciata la corsa, non so se siano stati schiacciati dalla folla, se siano in piedi o caduti, se siano stati falciati da qualche raffica, se ci fosse qualcuno fuori che sta ricominciando la mattanza.Respiro e urlo nel microfono. Poi sento urlare il mio nome dall'ingresso nel negozio, insieme ad altri nomi urlati a squarciagola. Ci troviamo, ci tocchiamo, ci separiamo di nuovo.

Il cervello funziona a un ritmo forsennato. Penso alla gente di venerdì sera, penso che non saremmo dovuti venire qui e attenerci alle consegne di sicurezza, penso che devo fare la scelta rapidissima se rimanere qui in questo angolo di negozio nascosta fra le giacche e rischiare di fare la morte del topo o se cercare di uscire e correre, tentando almeno di sfuggire alla morte. Penso che chi ha scatenato questo (c'era, sulla piazza, chi lo ha provocato. Non era soltanto un'ondata di panico immotivato.) potrebbe essere qui dentro, adesso.Penso tutto alla velocità della luce, con il cuore in gola.

Penso a mia sorella, a Roma. L'adrenalina si mischia al mio dna e alle due gocce di sangue più simile al mio: mia sorella e mia figlia. La guardo e la tiro, ho deciso. Si prova a uscire e a correre. I colleghi tornano in piazza, non possono fare altrimenti in questo momento, e io lo capisco. Cioè lo capirò dopo perché ora non capisco altro che trovare una via d'uscita. Corro al fondo del negozio, come urlano gli altoparlanti. Corro al fondo del negozio come tutti gli altri, trascinati dalla voce che copre tutto, con urgenza "Au fond du magasin, vite! Tout le monde au fond du magasin". Corro scavalco un manichino caduto, testa bassa mano d'acciaio, la morsa continua. Concentrata sulla mano che non deve lasciare quella di mia figlia. Questa volta sono io che la trascino. Nell'altra stringo la borsa, documenti, tesserino stampa, carte di credito. Posso duplicare tutto in caso di perdita, ma in questo momento mi sembra importantissimo tenerle strette, non lasciare in giro nessuna briciola d'identità.

Stacco per un attimo i sensi dalla mano e li porto alle tasche. I due telefoni sono là. Italia e Francia, posso rispondere a chi mi cerca. Corro e raggiungiamo il fondo del negozio. Il sorvegliante urla a tutti di uscire e di mettersi in salvo nelle strade più piccole, soprattutto di correre e correre subito prima che chiudano le saracinesche e che si rimanga chiusi dentro chissà in compagnia di chi. "Vite, vite". Travolgo tutti ed esco con la mano d'acciaio. Arriviamo all'angolo e giriamo la testa in ognuna delle quattro direzioni. Roulette russa. La sensazione è quella. Una sola occasione di premere il grilletto. Forse fatale. Dove vado? Dove vado con mia figlia? Corriamo ancora da una parte, poi vedo gente e capisco che di là si va verso il Canal, no. Troppo rischioso e un corso d'acqua in mezzo. Lei urla di continuare io dico di no e divento la madre che si impone la trascino e corriamo verso una strada più buia insieme ad altre persone. Un portone aperto mamma infiliamoci là. No. È il primo portone mi urla dentro l'adrenalina magari cominciano dal primo. Lei urla dobbiamo entrare in un palazzo dobbiamo ripararci. Continuiamo a correre. Si apre un altro portone e lei mi butta dentro. Entrano anche altre persone. Chiudete la porta. Una donna urla e ha una crisi di panico nell'androne. Qualcuno la consola, io mi sento solo scudo di mia figlia, dimentico tutti, sento bussare fortissimo aprono il portone urlo di non aprire, mi sento una stronza perché potrei essere io a bussare entrano due uomini uno urla che c'è qualcuno che sta scappando per nascondersi lo abbiamo visto? È entrato qualcuno correndo? Siamo entrati tutti correndo che ne so potrebbe essere lui stesso quello che sta scappando per nascondersi. Io maledico di aver scelto il portone sbagliato eppure lei me lo aveva detto di entrare in quello prima. Sto per mollare dalla rabbia dalla tensione lei mi calma. Al fondo del cortile si apre una porta e si affacciano due ragazze ci sentono parlare in italiano fra di noi. Non so cosa diciamo siamo concitate e sovreccitate. I suoi ventanni e la leggerezza i miei e la paura. Di madre. Prendete me. Ci teniamo contro la vetrata al fondo dell'androne, saremo le ultime a essere colpite?

Le ragazze ci fanno entrare in casa e quella vetrata si trasforma in fortezza. Non mi rendo conto di quanto sia fragile mi sembra solo di essere in salvo. Tremo ci sediamo sono in tre lui guarda la tv sul portatile e vediamo la scena fuori e i notiziari. Ci ricordiamo di chiamare a casa per avvisare. Non so quanto dovremo restare qui, tutto bloccato, sirene ovunque. Mezz'ora. Proviamo a chiamare un taxi la centrale dice che non possono avvicinarsi. "bouclée", la zona è chiusa nessuno si può avvicinare. Dormiremo qui loro sono gentili e a me non importa, purché lei sia dentro con me. Squilla il telefono da Roma: la notizia sarà passata già ai TG. "Tutto bene grazie, sono a casa, tutto tranquillo". Cos'altro dici? Condividere il terrore non lo fa diminuire lo aumenta soltanto, evitare il contagio.

Squilla di nuovo, i colleghi hanno lasciato la piazza e ci cercano. Indirizzo, arrivano. Usciamo. Fuori la polizia, una donna a terra urlante, il tizio che è entrato cercando di sapere se qualcuno si stava nascondendo. Capisco che era un poliziotto in borghese. E capisco che non c'è stata nessuna sparatoria ma ho la conferma che la corsa non era cominciata a vuoto. Riprendiamo il filo dei ricordi e torna chiara la scena. Di nuovo ci guardiamo intorno, tutti corrono, vedo al semaforo un taxi con l'insegna di occupato, corro lo stesso e gli chiedo di chiamarci un collega, mi dice che è tutto bloccato e che lui non è in servizio, sta portando via sua moglie e la sua bambina gli chiedo di prenderci a bordo per favore siamo in due mi dice di no e riparte.Capisco il terrore di tutti non so come tornare a casa. La bicicletta! Cerchiamo un vélib. Cerchiamo le tessere di abbonamento non ce le abbiamo siamo uscite senza. Disperazione come faccio ora che siamo anche uscite dalla fortezza.
L'insegna di un hotel corriamo l'addetto al ricevimento corre da dentro verso di noi e chiude la porta "entra solo chi ha una stanza qui" dico ok non penso neanche di dirgli me ne dia una subito la pago immediatamente. Gli chiedo invece di chiamarmi un taxi per favore. Chiude la porta va dentro ma che razza di albergo dice mia figlia. Che razza di reazione ma non ha letto porte ouverte dappertutto? Eccolo ritorna. Non mi viene in mente di chiedergli una stanza ci penso solo ora mentre scrivo che avrei potuto farlo. Il cervello è ancora concentrato su di lei. "Trois minutes" tre minuti, davvero? Si davvero. Tre minuti e arriva, mette la freccia e accosta. Zattera di ferro su quattro ruote non ci credo mi viene da piangere. Intanto i colleghi hanno riacceso la telecamera e stanno raccogliendo la nostra testimonianza. Non vada via la prego. Lui sorride e si fa un po' più in là per far passare le altre macchine. Io parlo al microfono senza guardare in camera con lo sguardo puntato alle ruote del taxi che non facciano un giro di più. Penso che da qui posso correre se le vedo muoversi troppo, l'incrocio è piccolo e lo posso raggiungere prima che vada via. Parlo meccanicamente e preparo le gambe alla corsa per non farlo andare via.

Non va via. Ci aspetta. Ci porta a casa. Grazie.

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