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Reportage da Parigi un mese dopo gli attentati

di Giuseppe Culicchia
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Lo scrittore Giuseppe Culicchia è andato nella capitale francese. E ha trovato una città che, da quel 13 novembre, convive con la paura e il sospetto. Ma non si rassegna a essere sotto attacco. Né crede che le bombe servano a sconfiggere i terroristi  

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Lo scrittore Giuseppe Culicchia è andato nella capitale francese. E ha trovato una città che, da quel 13 novembre, convive con la paura e il sospetto. Ma non si rassegna a essere sotto attacco. Né crede che le bombe servano a sconfiggere i terroristi  

La cosa che mi colpisce di più, quando al termine del mio viaggio Torino-Parigi su un Tgv semivuoto scendo alla Gare de Lyon, non è, come mi aspettavo, la militarizzazione della stazione (incontro solo una squadra della polizia ferroviaria), ma una cosa che in tanti anni non avevo mai visto: i parigini, all’indomani degli attentati del 13 novembre, si guardano negli occhi. E lo fanno con un misto di timore, pudore, sospetto, e sollievo nel momento in cui capiscono che la persona che siede al loro fianco sul metrò o in un café non nasconde sotto il cappotto una cintura imbottita di esplosivo o un kalashnikov. Però la sensazione di conforto dura poco.

TUTTI SI SENTONO VULNERABILI  Riemergo in superficie in Place de la Nation, dove ho appuntamento con Cristina, italiana trasferitasi qui giusto un anno fa e decisa a rimanervi anche se l’appartamento in cui abita si trova nello stesso stabile che al piano terra ospita un centro di preghiera islamico con tanto di muezzin. Non facciamo in tempo a salutarci che una giovane madre ci viene incontro di corsa, trascinandosi dietro due bambini e i loro monopattini: «Via, via, scappate!» grida. Cristina e io alziamo gli occhi. Dall’altra parte del boulevard vediamo una dozzina di soldati in mimetica. Mitra spianati, fanno segno ai passanti di allontanarsi e bloccano le auto. «Mi sa che è meglio se andiamo» dico. «Abito proprio lì» risponde lei, imperturbabile. Scuote la testa: «Dal giorno degli attentati, Parigi è così. Basta un colpo di tosse un po’ più forte in metrò, e tutti si inquietano. Ma io da Parigi non me ne vado».

Poco dopo, i militari comunicano che si può passare. Un falso allarme. E però, per la prima volta in vita mia, capisco che cosa significhi vivere in tempo di guerra, in una città che a un tratto si scopre vulnerabile agli attacchi del nemico. Un nemico tanto più insidioso perché cresciuto in casa. Senza contare che tra le vittime del teatro Bataclan c’erano anche giovani islamici. E le cose si complicano. «Per noi è peggio che per il resto dei francesi» mi spiega Abdel, panettiere, arabo, nato qui da genitori algerini. «Ci sentiamo presi di mira sia dai terroristi sia dalla polizia, che con le leggi speciali introdotte dopo il 13 novembre può arrestare chiunque senza che gli sia permesso di avvertire un avvocato. Basti pensare a quello che ha passato Nordine, il sans papier marocchino che abitava nell’appartamento al piano di sopra di quello dove i terroristi avevano trovato rifugio a Saint Denis: ferito nel blitz, è stato una settimana in prigione salvo poi essere rilasciato. Una vittima dell’Is anche lui» dice Abdel, capelli neri foltissimi e carnagione olivastra, che lavora ogni notte in un forno poco distante dal centro di preghiera al 17 di Place de la Nation.

NESSUNO INCOLPA GLI IMMIGRATI Malgrado i rapporti delle minoranze etniche con la polizia non siano migliorati dai tempi de L’odio, il film di Mathieu Kassovitz uscito 20 anni fa esatti, gli attentati di Parigi hanno fatto emergere qualcosa di inaspettato: nella città ferita non c’è stato alcun corteo anti-immigrati, nessun raid punitivo di carattere razzista. «Sai, qui nel 1961, durante la guerra d’Algeria, ci fu la prima manifestazione di algerini che chiedevano l’indipendenza della loro terra. Venne repressa con violenza dalla polizia» mi racconta Sharif, che ha un banco di frutta e verdura al mercato di Aligre. «Ammazzarono un mucchio di manifestanti, buttando i cadaveri nella Senna. Oggi non sarebbe possibile. Ho tanti clienti bianchi, mi conoscono da una vita, non si sognerebbero di associare me o la mia famiglia a quegli assassini».

Ma non si tratta solo del residuo senso di colpa dell’ex potenza coloniale. No. «La verità è che per la prima volta forse ci sentiamo tutti davvero francesi» mi fa Paul, tecnico del suono, in Place de la République, mentre sulla piazza dove ci sono stati scontri alla vigilia del vertice sul clima la polizia ferma a caso i passanti. «Sui mezzi pubblici ti viene d’istinto di guardare i viaggiatori di origini nordafricane o mediorientali, ma poi ci pensi e ti rendi conto che siamo tutti sulla stessa barca». Alle sue spalle leggo “Fluctuat Nec Mergitur”: il motto di Parigi, che la proclama inaffondabile.

TANTI SONO CONTRARI AI RAID ANTI-IS  Corrono invece il rischio di affondare attività commerciali e non, dalle brasserie ai teatri: molti turisti hanno dato disdetta e non poche vie languono semideserte. Tra Saint-Germain-des Près e Saint-Sulpice, nel reticolo di stradine abitualmente affollate, Cristina e io ci imbattiamo in rari passanti. I negozi sono vuoti. Olivier, lavorante in un locale di Rue Saint-André des Arts in attesa di laurearsi in Storia alla Sorbona, mi prepara una crêpe suzette e mi dice: «Parigi è sopravvissuta a due guerre mondiali. Ce la farà pure stavolta, anche se questa è una guerra in cui si può morire per il solo fatto di andare a un concerto». Ma quando gli chiedo se è convinto della risposta del presidente François Hollande a colpi di raid aerei anti-Is in Siria, fa segno di no con la testa. «Per giorni nessuno è uscito di casa a meno che non fosse necessario» mi racconta Jeanne, cameriera di un ristorante in Rue des Canettes. «Perfino io, che non ho mai avuto paura di nulla, ero a disagio solo a fare la spesa al supermercato. Credo che questa sensazione di vulnerabilità non ce la toglieremo facilmente di dosso. Forse non succederà mai».

Parole che mi tornano in mente il giorno della partenza quando, dopo aver salutato Cristina e aver preso posto sul Tgv, sento la voce del capotreno dagli altoparlanti: «I passeggeri sono pregati di evacuare questo treno. Dobbiamo chiedervi di trasferirvi su un altro convoglio a causa di un guasto. Mantenete la calma». E allora anch’io guardo negli occhi le persone che ho intorno. Nessuno si scompone, ma capisco che tutti ci chiediamo se il “guasto” non nasconda un allarme-bomba. Sul marciapiede c’è un gran viavai di poliziotti. Vediamo portare via un giovane arabo. Magari era semplicemente senza biglietto, chissà. Così comunque è Parigi, a un mese dall’entrata in guerra. Dove le luci di Natale saranno blu, come i lampeggianti della polizia.

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