del

Pericolo cinese

di Antonella Trentin
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Il caso dei giocattoli ritirati a milioni dalla Mattel è soltanto l'ultimo. Perché troppi prodotti fabbricati a Pechino per conto di aziende straniere si sono rivelati ad alto rischio. La soluzione? Sono tutti d'accordo: controlli, controlli, controlli

Il caso dei giocattoli ritirati a milioni dalla Mattel è soltanto l'ultimo. Perché troppi prodotti fabbricati a Pechino per conto di aziende straniere si sono rivelati ad alto rischio. La soluzione? Sono tutti d'accordo: controlli, controlli, controlli

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Prima i farmaci contraffatti, il dentifricio all'anticongelante, i cibi per cani e gatti alla plastica, le conserve di pomodoro avariate, il miele all'antibiotico. Poi gli oltre 18 milioni di giocattoli ritirati dalla multinazionale Mattel nel mondo a metà agosto perché confezionati con piccole calamite che, con un uso improprio del giocattolo, potrebbero staccarsi, e vernice con percentuali di piombo non consentite. Infine partite di stoffa impregnate di formaldeide, vendute in Nuova Zelanda. Scandalo dopo scandalo la Cina è travolta dalle accuse per la cattiva qualità e la scarsa sicurezza dei suoi prodotti. E i consumatori vorrebbero sapere se difetti e controlli all'acqua di rose coinvolgono tutta l'esuberante economia del Paese asiatico. "Il governo del premier Wen Jiabao assicura che la maggioranza delle esportazioni è conforme alle norme americane" dice Paolo Longo, corrispondente della Rai a Pechino. "La tv di Stato invita a migliorare gli standard. E sostiene che la merce difettosa è limitata ad alcune aziende, come la Lee Der che produceva giocattoli per la Mattel con vernice al piombo. Il titolare Zhang Shuhong si è impiccato". Poche mele marce, insomma. Lo scandalo internazionale che ne è seguito, protesta Wen Jiabao, nasconde invece l'intenzione straniera di boicottare la crescita del Grande Drago.

Le leggi ci sono, la vigilanza no

Ma è davvero così? Non è d'accordo Marisa Siddivò, docente di Sistemi economici comparati all'università di Napoli e coautrice del saggio La Cina che arriva (Avagliano). "Il problema della sicurezza e della qualità nelle piccole e medie imprese è serio" avverte. "Lo confermano molti studi degli stessi economisti cinesi. Il Paese ha ottime leggi, ma il sistema industriale è enorme e sfugge alle indagini degli ispettori statali". Aggiunge Francesco Sisci, corrispondente del quotidiano La Stampa a Pechino: "Il vero dramma riguarda i consumatori cinesi. Qui la merce contraffatta è venduta ovunque e si può morire per una medicina falsa". Per i prodotti destinati all'estero è diverso. Anche se il sistema produttivo è suddiviso in mille rivoli. Esistono fabbriche che creano i vestiti delle bambole, altre specializzate nella pelliccia degli orsetti, altre che cuciono assieme i vari pezzi. "La frammentazione riflette una scelta precisa delle multinazionali" spiega Sisci. "Se affidassero il lavoro a un'unica impresa, rischierebbero di allevare un futuro concorrente che in tempi brevi sarebbe in grado di fabbricare un prodotto identico a prezzi stracciati". Molto presto la Cina dovrà riprendere le redini del sistema. Il governo è consapevole dei rischi di credibilità della sua economia (solo per il settore dei giocattoli sono in ballo esportazioni per 40 miliardi di dollari) e sta preparando un severo programma per garantire la qualità dei prodotti.

"Le conseguenze saranno la chiusura di molte fabbriche, la perdita di migliaia di posti di lavoro e una riduzione delle entrate fiscali per le Province che, infatti, si oppongono al cambiamento" dice Sisci. "Chi sbaglia sarà punito in maniera esemplare. Com'è accaduto il mese scorso al capo dell'Agenzia cinese di controllo su cibi e medicinali Zheng Xiaoyu, che è stato giustiziato. Aveva intascato ricche mazzette per evadere controlli su farmaci che poi si sono rivelati nocivi".

La colpa non è una sola

Le responsabilità per i prodotti difettosi vanno ripartite con l'estero. "Le aziende straniere hanno l'obbligo di controllare il rispetto degli standard di sicurezza internazionali, come quelli imposti dal marchio di conformità CE, richiesto a chi vende sul mercato europeo" chiarisce Lorena Valdicelli, responsabile delle ricerche tecniche e alimentari dell'associazione Altroconsumo. "Tra l'altro, nei settori più delicati, come quello dei farmaci, devono ottenere la certificazione da enti di controllo specializzati". Nel caso dei 18 milioni di giocattoli ritirati nel mondo dalla Mattel, però, qualcosa è andato storto. Il governo cinese declina ogni responsabilità, mentre la multinazionale, nel rispetto dei consumatori, ha richiamato immediatamente e volontariamente i prodotti. "La sicurezza dei nostri prodotti è ciò che abbiamo più a cuore, visto che sono destinati ai bambini" dice Bob Eckert, chairman e chief executive officer di Mattel. "Per questo abbiamo uno staff di 1.500 ingegneri e tecnici che svolgono da sempre rigorosi controlli. Faremo test ancora più severi durante il processo di produzione ed esamineremo tutti i beni finiti prima che arrivino al consumatore".

È la regola che si è imposto sin dal 2002 Alberto Forchielli, già manager di Finmeccanica e funzionario della Banca Mondiale, quando ha fondato la Sourcing solutions, società che segue la produzione di una ventina di grandi imprese italiane in Cina nei settori della plastica, del legno, del metallo e dell'elettronica. "Controlliamo in fabbrica l'intero ciclo lavorativo" spiega Forchielli. "Certo, questo significa passare giorni in stabilimenti, in zone disagiate. I cinesi non hanno problemi a produrre a standard elevati, basta che qualcuno abbia la pazienza di spiegare loro come si fa". Marina Salamon, presidente di Altana, l'azienda trevigiana che produce vestiti per bambini, sdrammatizza lo scandalo dell'estate. "Io ho scelto da anni di far confezionare i miei abiti agli operai cinesi proprio per la grande accuratezza del lavoro" dice. "Tv, computer della migliore qualità, cellulari vengono realizzati o assemblati in Cina. Non credo si tratti solo di una questione di bassi prezzi. I cinesi sono bravi. Vanno controllati, come tutti. Ma questa ormai è la globalizzazione. E non la ferma più nessuno".

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