Piangiamo i morti di Barcellona, ma la paura non ci fermerà

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di

Michela Duraccio

Il giorno dopo gli attacchi del 17 agosto la città sembra deserta: alcune strade del centro sono chiuse e c'è poca gente in giro. Ma non dobbiamo lasciare che chi miete terrore limiti la nostra libertà

Silenzio. Compostezza. Straniamento. A Barcellona, una delle città più caotiche ed effervescenti del pianeta, oggi predomina lo sgomento. Lo stesso che trapela sui volti dei turisti (davvero pochi rispetto a quelli visti nei giorni precedenti) che  non rinunciano a visitare la splendida città catalana. Le strade sono quasi deserte, la polizia è ovunque. I mezzi pubblici, specie i bus turistici a due piani impressionano perché sono praticamente vuoti. Le linee 1 e 3 della metropolitana non si fermano a plaça de Catalunya che è "tancada" (chiusa) per non intralciare i lavori delle forze dell'ordine. Tutti lasciano trasparire sul volto tristezza e impotenza per l'ennesimo attentato terroristico che ha ucciso 14 innocenti e ferito più di cento persone. Anch'io con la famiglia mi aggiro in città perché non ho voluto cedere alla paura che i vigliacchi godono di seminare tra noi.  Anche se ho dovuto faticare per convincere i miei figli che non ne volevano sapere di uscire. Eppure ho insistito perché vorrei che, quando gireranno per il mondo in loro prevalgano la meraviglia e la voglia di scoprire le bellezze della Terra e non l'angoscia e l'ansia. Ma, lo confesso, paura io l'ho avuta: anche ora, più a mente fredda, penso e ripenso al fatto che potevo esserci io (o peggio i miei figli) tra quelle persone. Solo un'ora prima dell'attentato passeggiavo con mia figlia esattamente in quel punto della Rambla. E solo la sera prima fotografavo mio marito e mio figlio sul mosaico di Mirò, dove il furgone assassino ha ultimato la sua folle corsa.

E allora oggi eccoci (più temerari o incoscienti non so), prima sulla collina del Tibidabo dove a mezzogiorno tutto si è fermato (qui c'è un parco dei divertimenti del 1908) per un commovente minuto di silenzio, sotto il santuario del Sacro Cuore. Poi al Parc Güell, l'autentica magia architettonica del genio di Gaudì, non a caso patrimonio dell'Unesco dal 1984. E mentre ammiriamo case che sembrano essere uscite dalla favola di Hansel e Gretel e le inconfondibili decorazioni trencadís (i piccolissimi e colorati frammenti di ceramica) mi dico che sì, abbiamo fatto bene. A non fermarci e a non darla vinta a chi miete terrore. Ma deve aiutarci anche chi governa: i folli al volante non possiamo fermarli, ma i luoghi frequentatissimi vanno protetti. Come è possibile, mi chiedo, che, dopo Nizza, nessuno abbia pensato di proteggere questo viale dove ogni giorno passeggiano centinaia di migliaia di turisti? La risposta non ce l'ho ma spero ce la diano. La devono anche e soprattutto a quei morti. 

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