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Perché l’Ungheria spara sui profughi?

di Adriano Lovera
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Filo spinato e gas lacrimogeni: così il premier Orban respinge i migranti. Eppure l'Ungheria fa parte dell'Ue e riceve anche dei finanziamenti. Ma allora siamo tutti una grande famiglia, o no?

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Filo spinato e gas lacrimogeni: così il premier Orban respinge i migranti. Eppure l'Ungheria fa parte dell'Ue e riceve anche dei finanziamenti. Ma allora siamo tutti una grande famiglia, o no?

Se Italia e Grecia soccorrono da mesi i barconi in mare e la Germania ha aperto le braccia verso i migranti, resta un Paese che di profughi non ne vuole sapere e usa la forza per respingerli: l'Ungheria. Dal 15 settembre sigilla i suoi confini con il filo spinato, ha dispiegato 4.300 militari e respinge gli stranieri con arresti e gas lacrimogeni. Ma che succede a Budapest, la "perla" del Danubio, patria di premi Nobel come Imre Kertész?

"Questa reazione, in realtà, è coerente con la parabola del suo primo ministro Viktor Orban, che da scapigliato anti-comunista di fine anni '80 si è trasformato in un padre della patria ultraconservatore" ha scritto Attilio Geroni sul Sole 24 Ore. Il premier governa dal 2010 e nel 2014 è stato riconfermato, nonostante leggi repressive sulla stampa e una riforma elettorale discussa, approvata a suo vantaggio. Il suo cocktail di euroscetticismo e richiami alle radici, comprese quelle cristiane, aveva fatto centro.

Dieci anni prima, nel 2004, l'Ungheria era entrata nell'Ue accodandosi al gruppo di Stati ex satelliti di Mosca, come le repubbliche baltiche, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacca, Croazia. La crisi economica, però, ci ha messo del suo ed è culminata con il drammatico 2009, chiuso con il Pil a meno 7% e quasi il 12% di disoccupazione. Nel 2010 è andato al governo Orban ed ha avuto ragione nel risollevare i conti. Quest'anno l'economia crescerà del 2,8% e la disoccupazione è scesa all'8,6%, un terzo in meno dell'Italia. Certo, però, il tenore di vita è ancora distante da quello occidentale, con stipendi inferiori di quattro volte rispetto ai maggiori Stati Ue. E l'adesione, anche qui, ha richiesto sacrifici fatti soprattutto di tasse in aumento. L'Ue, insomma, non ha dato quanto promesso. Ecco perché una forte componente del "rifiuto" ungherese è in realtà una reazione a ogni diktat di Bruxelles o di Berlino (e pazienza se l'Unione, tra 2014 e 2020, farà piovere sul Paese 35 miliardi di euro di fondi strutturali).

Ma non c'è solo questo. Qui la diffidenza verso lo straniero è di casa. Il problema non è l'assuefazione verso gli immigrati come accade in molti Stati occidentali, Italia compresa, che hanno assorbito negli anni migliaia di persone, spesso manodopera a basso costo per i lavori più umili. In Ungheria oltre il 90% della popolazione è ancora di origini magiare e la minoranza piú diffusa è quella dei Rom, presente da sempre. Il fatto è che i magiari si sentono storicamente un gruppo etnico e linguistico fieramente autonomo, rigorosamente da non confondere con gli slavi, ma negli ultimi due secoli sono già passati sotto la dominazione austriaca e l'influenza dell'Urss. A ben guardare i numeri, nel referendum del 2003 sull'ingresso nell'Ue, i "sì" stravinsero con l'84% delle preferenze, ma votò solo il 45% degli aventi diritto, neanche la metà. Segno che l'entusiasmo per l'integrazione era più fra le elite politiche che nel popolo. Oggi probabilmente vincerebbero i no. E bisogna persino sperare che il premier Orban mantenga il timone del comando, visto che esiste il pericolo di svolte più autoritarie. Alle elezioni 2014 oltre il 20% degli ungheresi aveva votato per Jobbik, formazione più a destra rispetto a quella del premier, di ispirazione ultra nazionalista e antisemita.

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