del

Il silenzio di Schumacher

Vota la ricetta!

A quasi sei mesi dalla caduta sugli sci, un comunicato annuncia che il campione di Formula 1 è uscito dal coma. Ma nessuno può sapere quando si riprenderà davvero

Un caffè con Donna Moderna

A quasi sei mesi dalla caduta sugli sci, un comunicato annuncia che il campione di Formula 1 è uscito dal coma. Ma nessuno può sapere quando si riprenderà davvero

Michael Schumacher è uscito dal coma. Cinque mesi e mezzo dopo l’incidente sugli sci a Méribel, in Francia, il campione di Formula 1 sarebbe in grado, secondo quanto ha annunciato il suo manager Sabina Kehm, di interagire con la moglie e con i due figli.

 Interagire: chissà cosa si nasconde dietro a questa parola.

Non sono una tifosa e non mi piacciono le gare di automobilismo. Ma ho pensato spesso a Schumacher in questi mesi. Alla storia tragica e paradossale di un fuoriclasse che per anni ha rischiato la vita volando sui circuiti dei Gran Premi, veloce quasi oltre i limiti umani, per vincere sette titoli mondiali di Formula Uno. E che un giorno, il 29 dicembre dell’anno scorso, in una vacanza con i figli adolescenti Mick e Gina Marie, su una pista da sci come tante è caduto e ha battuto la testa, è finito in coma e si è addormentato.

Ho pensato a Schumacher quando ho letto del suo sonno, nel silenzio del centro neurochirurgico dell’ospedale di Grenoble. Due operazioni al cervello, il buio di quello che chiamano “stato vegetativo”. Le dichiarazioni dei medici: «Le possibilità di risveglio diminuiscono con il passare delle settimane e diventano minime dopo sei mesi: nessuna persona in stato vegetativo per un anno può riprendere conoscenza».

A lui, il campione che viveva a tutta velocità, che “bruciava” gli avversari nel rumore infernale delle partenze dei Gran Premio, il destino ha imposto il silenzio. Quello voluto dalla famiglia sulla sua situazione clinica, innanzitutto. E poi quello dell’attesa di una ripresa sempre più difficile. «È uscito dal coma. Non posso fare a meno di pensare che questo sia un uso altamente cinico del linguaggio da parte di chi utilizza la verità per trasmettere un'impressione quasi certamente falsa» è il commento lapidario di Gary Hartstein, medico della Formula 1 dal 2005 al 2012.

Ho pensato a Schumacher in questi quasi sei mesi, quando le poche notizie che filtravano dall’ospedale di Grenoble parlavano di leggeri movimenti delle palpebre. Di momenti di coscienza. Fino all’ultimo comunicato: dall’ospedale di Grenoble è stato trasferito a Losanna, al Centro ospedaliero universitario del Vaud (Chuv), uno dei più importanti al mondo per la neurologia, per iniziare la fase di una riabilitazione che sarà lunghissima e di cui non si saprà mai nulla. Che si svolgerà ancora una volta nel silenzio, come chiesto dalla moglie Corinna e dalla famiglia dell’ex pilota. Un silenzio che non sarà rotto neppure dal furto della cartella clinica del campione, che qualcuno sta cercando di vendere ai giornali, senza successo.

Secondo uno studio del progetto Gracer del Servizio sanitario regionale dell’Emilia-Romagna che si occupa di questo tipo di pazienti, in Italia le persone in stato vegetativo sono circa 3.300. Un numero destinato a crescere con i progressi della medicina e della rianimazione.

Anch’io ho un’amica che da 12 mesi dorme il sonno da cui è difficilissimo svegliarsi. Lo scorso anno si è sentita male. Le si è fermato il cuore, il cervello è rimasto senza ossigeno per troppo tempo. Vive perché i medici sono riusciti a rianimarla, lei non c’è più. Ma chi le vuole bene crede nel miracolo, spera.

Lo stesso fa, ne sono convinta, la famiglia di Schumi. La gara più difficile del grande campione si gioca ora non più sui circuiti di Formula Uno ma in un battito di ciglia, un attimo di coscienza, una parola: “interagire”. È una gara impossibile. Assolutamente da vincere.

Un caffè con Donna Moderna

Un caffè con Donna Moderna