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Shirin Ebadi: contro l’Is più delle bombe servono libri

di Michela Ventrella
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Mentre il presidente iraniano Hassan Rohuani apre al dialogo con l'Occidente, abbiamo intervistato dal suo esilio l'iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, figura simbolo della lotta per i diritti umani (delle donne in particolare). «Gli attacchi militari sono utili solo a fomentare i terroristi» spiega. «Invece, bisogna privarli del concime che nutre la loro ideologia:...leggi di più

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Mentre il presidente iraniano Hassan Rohuani apre al dialogo con l'Occidente, abbiamo intervistato dal suo esilio l'iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, figura simbolo della lotta per i diritti umani (delle donne in particolare). «Gli attacchi militari sono utili solo a fomentare i terroristi» spiega. «Invece, bisogna privarli del concime che nutre la loro ideologia:...leggi di più

«Le donne coperte dal chador e le ragazze che scandiscono slogan contro l’America sono al massimo il 3% delle iraniane. Le altre che, come me, hanno studiato e conquistato ruoli importanti nella società sono milioni». L’avvocata iraniana Shirin Ebadi, 68 anni, Nobel per la pace nel 2003, è una donna diretta: in lingua farsi, il suo nome significa dolcezza, ma ciò non le impedisce di dire quello che pensa. Da anni si occupa della difesa dei diritti umani nel proprio Paese, dove ha fondato il Defenders of human rights center. Per questa lotta, dal 2009 è costretta a vivere in esilio, sotto scorta e in un domicilio top secret. Eppure continua a girare il mondo per denunciare le discriminazioni di cui nel suo Iran sono vittime le donne. «La causa principale è l’interpretazione errata ed estrema dell’Islam: la religione viene piegata alle esigenze del regime» dice quando la incontriamo al festival “Il libro possibile-Episodi” alle Grotte di Castellana, in provincia di Bari.

Anche l’Is strumentalizza la religione

«Le azioni di questi terroristi che si autoproclamano Stato islamico sono la forma più feroce di violenza contro le donne: le catturano e le usano come schiave nei territori che conquistano. L’Is è un’ideologia, non si annienta con le armi. L’Occidente dovrebbe comprendere che se risponde con violenza non fa che fomentarlo. Bisogna invece affrontarlo alla radice, privandolo del suo concime: l’ignoranza. Gli Stati dovrebbero spendere i soldi dedicati alla lotta all’Isis per costruire scuole: invece di sganciare bombe, bisogna lanciare libri. La storia della pakistana Malala, che i talebani hanno tentato di uccidere perché voleva studiare, dimostra quanto l’istruzione faccia paura ai terroristi».

Come fa, in esilio, a realizzare i rapporti per l’Onu?

«Grazie al lavoro dei miei collaboratori rimasti in Iran. Dopo le elezioni del 2009, in cui Mahmoud Ahmadinejad venne confermato presidente, le associazioni per i diritti civili, tra cui la mia, furono chiuse: gli agenti dell’intelligence fecero irruzione negli uffici e arrestarono i colleghi (all’epoca Shirin Ebadi era Londra. Ma il marito, rimasto a Teheran, è stato arrestato, torturato e costretto ad accusare la moglie in tv di aver tradito l’Iran, ndr)».

Sono ancora in carcere? «Alcuni sì, come l’attivista Narguess Mohammadi. Era stata liberata per via di una malattia degenerativa, ma il 5 maggio è stata fermata con nuove accuse. Ha rifiutato il processo a porte chiuse e il giorno dopo 9 agenti l’hanno arrestata, lasciando i suoi gemelli ai nonni. L’hanno privata perfino delle medicine, ora rischia di rimanere paralizzata per sempre».

La situazione non è cambiata da quando il moderato Hassan Rouhani è diventato presidente nel 2013?

«Le dico solo che alcune ragazze sono in prigione da settembre per aver cercato di assistere, come gli uomini, a un incontro della nazionale di pallavolo a Teheran. Rouhani è una persona più gradevole di Ahmadinejad, ma ha poco potere: secondo la costituzione iraniana, il presidente ha un ruolo cerimoniale. Il vero potere lo ha il non eletto “leader supremo”, l’ayatollah Ali Khamenei».

Rouhani, però, sta migliorando i rapporti con l’Occidente. Siamo tutti in attesa dell'accordo per il nucleare

«Spero che i negoziati abbiano un esito positivo e che si arrivi all’intesa, in modo che vengano tolte le sanzioni economiche che hanno impoverito gli iraniani».

Secondo lei, le occidentali possono davvero dirsi libere?

«Sia in Oriente sia in Occidente la donna è libera quando è autonoma economicamente e può decidere per se stessa. Una donna costretta a chiedere soldi per comprare del cibo o un vestito non lo è, che viva a Teheran o a Parigi».

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