Il dramma di noi siriani: fuggire o restare?

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    Credits: Olycom

    Strade piene di macerie, città e villaggi distrutti, intere zone controllate da gruppi armati. Meta un tempo di molti turisti, la Siria si presenta irriconoscibile a chi l’ha vista prima del conflitto che la dilania dal 2011 e che ha fatto 240.000 morti. Una guerra dove, alla lotta tra il presidente Bashar al-Assad e i ribelli, si sono aggiunti gli eccidi e le devastazioni dei terroristi dello Stato islamico e ora anche i raid aerei anti-Is lanciati dalla Francia.

    La Siria è famosa per aver ospitato, nel corso della storia, diverse etnie e religioni, dai musulmani ai cattolici, dai drusi agli ebrei. Oggi questa pace e tolleranza non esiste più. Fa eccezione Damasco, la capitale: il centro città è una gabbia dorata ancora sotto lo stretto controllo del regime. Scuole e università sono aperte, ristoranti e negozi anche. Ma lì fuori, a pochi chilometri di distanza, si sentono spari e scoppi, notte e giorno. È sconsigliato parlare al cellulare mentre si cammina, perché si potrebbe essere scambiati per spie e non è permesso discutere di argomenti politici scottanti.

    Di fronte a tutto ciò è facile capire perché 4 milioni di persone negli ultimi anni abbiano lasciato il proprio Paese per cercare un futuro, in altri Stati del Medio Oriente o in Europa. In queste pagine parlano 3 ragazzi siriani: chi rimasto a casa, chi in fuga, chi già arrivato in Europa. E raccontano la loro storia.

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    Io sono rimasta. «LE MIE GIORNATE A DAMASCO SONO SCANDITE DAGLI SPARI»

    Nisreen, 25 anni, vive nella capitale siriana, è una cantante d’opera. Quello che compare qui è un nome di fantasia perché suo padre, già molto severo, con la guerra è diventato sospettoso di tutto e di tutti. «Nessuno di noi ha ancora pensato di lasciare la città anche se oggi la vita qui non è facile» racconta Nisreen. La sua famiglia ha deciso di restare a Damasco poiché il loro piccolo mondo, per adesso, è protetto: i genitori gestiscono un’attività commerciale in centro e lei coltiva il suo talento musicale.

    «Studio allo Higher institute of music» dice Nisreen con un pizzico di orgoglio. «Quando, a inizio anno, ha riaperto l’Opera, dove mi sono già esibita, ho provato una gioia immensa. Mi è sembrato per un attimo di tornare a prima del conflitto. Ma non esco mai da sola: qualcuno dei miei familiari, per paura che mi succeda qualcosa, mi accompagna ovunque io vada. Gli spari sono in sottofondo. E fatico a chiacchierare, come facevo un tempo, con le mie amiche: alcune vivono in città dove sono difficili le comunicazioni, altre sono fuggite. Con 3 giovani musicisti canto in alcuni locali qui nella capitale: è un modo per finanziarci , ma anche “per restare vivi”». A patto che si rispetti il coprifuoco e non si rientri quando è buio: «L’inverno si prospetta lungo» dice Nisreen con tristezza «perché fa buio presto e non so se riusciremo a trovare un posto in cui esibirci di pomeriggio. Di certo metteremo la nostra musica online. Nella speranza che varchi i confini siriani e porti lontano la nostra voce».

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    Io sono in viaggio. «HO PAGATO I TRAFFICANTI DI UOMINI PER LASCIARE IL MIO PAESE»

    «Ero solo. Tutt’intorno, alberi e buio. È stato il momento più terribile del mio viaggio» racconta Mazen, 30 anni. «Dopo centinaia di chilometri a piedi avevo finalmente varcato i confini serbi quando ho perso il mio gruppo per sfuggire alla polizia: ho pensato davvero che fosse finita». Minuti interminabili. Poi, quei rumori, quei sussurri: i suoi amici. Si erano ritrovati, tutti salvi. Questo è solo un flash del viaggio dalla Siria all’Europa che Mazen ha iniziato cominciato un anno fa.

    «Vivevo a Damasco. Studiavo Legge e, intanto, lavoravo nel campo dell’informatica» dice. Poi, però, la situazione si è fatta insostenibile: «C’era pochissimo lavoro e io, che in pubblico avevo criticato il regime, venivo fermato spesso da poliziotti in borghese, con qualsiasi scusa. Così, l’anno scorso ho deciso di partire per la Germania dove ho alcuni amici e dove volevo mettere in pratica il tedesco che ho studiato tanto tempo». Prima tappa, la Turchia. «Raggiungerla non è stato difficile perché allora quel Paese aveva ancora spazio per noi rifugiati siriani» ricorda Mazen. «Lì, a Reyhanli, ho trascorso diverse settimane insieme ad altri ragazzi partiti con me». Poi un trafficante di esseri umani ha organizzato per loro il viaggio che li ha portati in Grecia: 1.000 euro a testa, un gommone lungo 8,5 metri per 40 siriani. Neanche a metà percorso il motore ha smesso di funzionare. «Non so neppure io come, ma alla fine siamo riusciti a farlo ripartire» ricorda Mazen.

    In Grecia ha ricevuto un permesso di soggiorno di 6 mesi, ma ha ripreso presto la marcia con alcuni amici. «Procedevamo quasi sempre a piedi, seguendo la nostra unica guida: le rotaie di un treno in direzione della Macedonia. Dormivamo nei boschi, attraversavamo luoghi paludosi, ci lavavamo nei fiumi. La cosa fondamentale era non allontanarci da quelle rotaie. Siamo anche stati fermati dalla polizia, ma quasi subito rilasciati». Dalla Serbia in poi le cose si sono fatte più semplici: viaggiando in pullman e in macchina, i ragazzi attraversano l’Ungheria e l’Austria fino alla Germania. «Pagando alcuni trafficanti» ammette Mazen. «Da Berlino la meta finale è la Svezia, dove vive una famiglia di miei amici siriani». La strada, per un profugo, è sempre infinita.

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    Io sono scappato. «POSSO FINALMENTE CHIEDERE L’ASILO POLITICO IN GERMANIA»

    Tamim, 28 anni, è appena arrivato in Germania. «Sono stato fortunato, perché so che poco dopo che sono passato io la strada per i profughi è stata praticamente bloccata» dice, riferendosi alla chiusura dei confini da parte di Paesi come l’Ungheria. «Avevo un po’ di soldi da parte, perché a Damasco avevo un piccolo negozio di alimentari. Mentre lavoravo mi sono laureato in Legge, poi mi sono sposato». Il tono di Tamim cambia, si incupisce: «Lasciare la mia città e famiglia per intraprendere questo viaggio è stata la decisione più ardua della mia vita. In Siria vedevo davanti a me un futuro senza prospettive. Non ho portato mio padre perché è troppo anziano per attraversare l’Europa tra mille difficoltà. E neppure mia moglie, perché temevo che durante la fuga subisse violenze. Appena sono arrivato a Monaco, a settembre, mi sono presentato alla polizia e ho fatto richiesta di asilo» dice.

    A novembre Tamim dovrebbe cominciare i colloqui per ottenere lo status di rifugiato. Nel frattempo è stato trasferito in una struttura di accoglienza allestita in un campo da basket, qualche chilometro a sud della città bavarese. «Al momento siamo una cinquantina, quasi tutti giovani uomini. Alcuni di noi hanno dei libri che ci scambiamo. Per fortuna riusciamo ogni tanto a collegarci a una rete wi-fi, così possiamo parlare con le nostre famiglie e i nostri amici, scaricare musica e video e far passare il tempo». Con i tedeschi, come va? «Abbiamo rapporti solo con le persone che ci aiutano qui al campo, ci portano vestiti puliti e da mangiare: sono gentili e parlano inglese, perché pochi di noi capiscono il tedesco. Anche i poliziotti mi hanno spiegato tutto quello che non capivo». Le giornate, però, sono interminabili, non c’è molto da fare. E a Tamim sembra che «il tempo non passerà mai». Il pensiero va a sua moglie, ancora in Siria: «Appena possibile presenterò domanda per farla venire da me, così forse potremo costruirci la nostra famiglia».

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di

Teresa Potenza

Chi è riuscito a partire ed è già pronto a costruirsi un futuro. Chi sta ancora cercando di scappare da bombardamenti e attentati. Ma anche chi ha deciso di rimanere nella “gabbia dorata” della capitale Damasco. Tre giovani ci raccontano come il conflitto abbia stravolto la loro esistenza

Secondo l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, entro dicembre le domande di asilo in Europa saranno 1 milione. Molte sono di siriani in fuga.

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