del

Papa Francesco e il mio viaggio in Terra Santa

di Liliana Di Donato

In ebraico si dice "shalom", in arabo "salam". Ma il significato è lo stesso: pace. Ed è solo una delle cose che, per quanto assurdo possa sembrare, israeliani e palestinesi hanno in comune. Come ha detto Bergoglio

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In ebraico si dice "shalom", in arabo "salam". Ma il significato è lo stesso: pace. Ed è solo una delle cose che, per quanto assurdo possa sembrare, israeliani e palestinesi hanno in comune. Come ha detto Bergoglio

Un'opinione di

Liliana Di Donato

Napoletana nell’anima, milanese per scelta, a Donna Moderna si occupa di attualità e spettacolo....

C'è un'immagine del viaggio di Papa Francesco in Terra Santa che mi ha colpito: lui che appoggia la testa al muro di cemento alto 8 metri che, fuori Betlemme, divide Israele dai Territori palestinesi. E c’è una sua frase che mi è rimasta impressa: «Costruire la pace è difficile, ma vivere senza pace è un tormento. È giunto il momento di avere il coraggio della pace, che poggia sul riconoscimento da parte di tutti del diritto di due Stati a esistere».

Mi sono ricordata della mia prima volta in Terra Santa. Era maggio di due anni fa. Avevo sempre desiderato visitarla. Più per curiosità intellettuale, confesso, che per sentimento religioso. Sono laica fino al midollo, ma mi è bastato oltrepassare le mura della città vecchia di Gerusalemme per sentirmi scossa nell'anima. A ogni angolo di strada respiri spiritualità, ogni pietra trasuda fede. Non importa se cristiana, ebraica o musulmana. Al Santo Sepolcro anch'io mi sono inginocchiata davanti alla tomba di Gesù. Al Muro del Pianto anch'io ho infilato, in una fessura tra i massi, il rotolino di carta con scritta la mia preghiera. Davanti alla moschea di al-Aqsa anch'io mi sono coperta il capo con un velo.

Stavo sbirciando dentro con la tentazione di entrare, pur sapendo che solo ai musulmani era consentito, quando si è avvicinato un custode e mi ha detto gentile: «Non puoi. Non perché sei una cristiana o una turista. Se aprissimo le porte a tutti, sarebbe come darla vinta agli israeliani». Ovvero, accettare che Gerusalemme sia la capitale di Israele e non diventerà mai la capitale di uno Stato palestinese.

Mentre mi allontanavo ho iniziato forse a capire perché la Spianata delle moschee, questo spiazzo grande quanto due campi da calcio lastricato di pietre antiche e circondato da cipressi, sia il motivo più profondo del conflitto tra israeliani e palestinesi che, come ha ricordato Papa Francesco, dura da oltre 60 anni. Qui, secondo la tradizione ebraica sorgeva la roccia su cui Dio creò il mondo. E da qui, secondo quella islamica, Maometto salì al cielo. Un unico luogo sacro per tutti e due i popoli. A cui nessuno dei due vuole rinunciare. Perché a Gerusalemme più che altrove la fede ha ragioni che la ragione non conosce.

Eppure, durante la mia settimana in Terra Santa, non ho potuto fare a meno di notare quanto ebrei e musulmani si somiglino. Nelle questioni religiose: entrambi credono nella resurrezione dei morti. Nelle abitudini quotidiane: le ebree sposate si coprono il capo con un foulard simile al velo delle musulmane. Perfino nei portafortuna: quello ebraico si chiama "hamsa" e ha la forma di una mano aperta, proprio come la "mano di Fatma" islamica, che prende il nome dalla figlia di Maometto. Soprattutto, però li avvicina una parola e, per quanto assurdo possa sembrare è "pace". In ebraico si dice "shalom", in arabo "salam". Ma la radice etimologica è la stessa. Più che assenza di guerra vuol dire benessere, pienezza, armonia interiore.

«Possibile che un valore spirituale così forte non riesca a superare le divisioni materiali?» mi sono chiesta partendo. E me lo chiedo ancora oggi sentendo le parole del Papa: «Le cose che abbiamo in comune sono così tante e importanti che si può individuare una via di convivenza serena e pacifica».

So che può sembrare un argomento lontano migliaia di chilometri dalla nostra vita di ogni giorno. Ma vorrei condividere con voi le parole del giornalista americano Matt Beynon Rees, ex corrispondente di Time da Gerusalemme: «La Terra santa ha lasciato un segno nella vita di tutti noi. Che siano i canti di Natale dei cristiani, le preghiere degli ebrei in sinagoga, il digiuno dei musulmani durante il Ramadan, la storia di Israele e della Palestina è la nostra storia».

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