Silvia, che lavora a Dacca come il cooperante ucciso

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Silvia lavora per la ong Dalit a Dacca, in Bangladesh. E' passata per la strada dove è stato ucciso il cooperante italiano Cesare Tavella poco dopo l'omicidio. «Non sappiamo se la rivendicazione dell'Is è vera» dice. «Ma abbiamo aumentato le misure di allerta»

«Fino a due giorni fa nessuno di noi pensava all’Is. Nessuno ne parlava. Ma ora, dopo l’uccisione di Cesare Tavella, le cose sono cambiate. Siamo in attesa di notizie da parte della polizia del Bangladesh… Non sappiamo altro».

Silvia Rovelli è appena atterrata a Malpensa. Arriva da Dacca, dove lavora da un anno e mezzo per la ong Dalit. E’ una cooperante, come lo era Cesare Tavella, il 51 enne ucciso lunedì mentre faceva jogging nel quartiere di Gulshan, la zona residenziale della capitale, «la più sicura» mi conferma Silvia.

Italian aid worker killed in Bangladesh Credits: La strada di Dacca dove è stato ucciso Cesare Tavella



Tavella è stato raggiunto dai colpi sparati da almeno tre uomini armati. Poche ore più tardi Site, l’organizzazione statunitense che si occupa del monitoraggio dei siti islamisti, ha diffuso attraverso Twitter un messaggio attribuito all’Is in cui gli jihadisti rivendicano l’attentato. Il governo bengalese però non conferma e non esclude altre piste, come la delinquenza comune.

«Non sappiamo altro» ripete Silvia, che si è trovata a passare da quella strada poco dopo l’omicidio. «E’ la zona che frequentano gli occidentali» mi spiega. «C’è il supermercato dove tutti andiamo a fare la spesa. Ho visto molta polizia, ho immaginato fosse successo qualcosa, ma davvero non ho pensato che avessero ammazzato un italiano».

Silvia Rovelli ha 37 anni ed è di Voghera, in provincia di Pavia, dove ora sta tornando per qualche giorno di vacanza. Da più di dieci anni lavora nella cooperazione e da un anno e mezzo ha base a Khulna, 350 chilometri a sud di Dacca, dove si reca spesso. «Viaggio sui mezzi pubblici, uso i bus locali, mai, davvero mai, ho corso un qualsiasi pericolo. La gente del Bangladesh è ospitale, amichevole, grata per gli aiuti che portiamo e pronta ad aiutarti a sua volta. Non tutti parlano inglese, ma tutti sono pronti a darti una mano…».

Silvia è appassionata del suo lavoro, lo sento dalla sua voce stanca per il viaggio ma entusiasta.

Era una persona allegra anche Cesare Tavella. A 51 anni amava girare il mondo ed era felice di essere un cooperante. Veterinario, insegnava alle popolazioni dei Paesi in via di sviluppo ad allevare gli animali.

ITALIANO UCCISO IN BANGLADESH, ISIS RIVENDICA L'AGGUATO Credits: Cesare Tavella era a Dacca per la ong olandese Icco



Tavella era nato a Milano ma si era poi trasferito in Romagna, a Casola Valsenio, provincia di Ravenna, con la moglie e una figlia. Da più di 20 anni era impegnato in tante parti del mondo, dall’Albania all’Armenia, dalla Cambogia al Camerun, dalla Mongolia alla Corea del Nord al Sudan. In Bangladesh era arrivato dopo Ferragosto su incarico della ong olandese Icco.

«Ieri, prima di partire, a Dacca ho partecipato a una riunione di emergenza tra tutte le Ong internazionali» mi dice Silvia. «In attesa di capire meglio la situazione, è stato deciso di alzare il livello di allerta. Bisogna fare attenzione, non girare da soli, soprattutto dopo il tramonto».

La situazione è tesa: Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada ritengono di avere informazioni attendibili sul fatto che potrebbero verificarsi altri attentati contro occidentali. E hanno chiesto ai loro diplomatici di non uscire con il buio e di evitare i luoghi affollati di stranieri, a cominciare dagli alberghi internazionali. Sabato scorso la squadra di cricket australiana aveva rinviato la partenza per il Bangladesh proprio perché il governo di Canberra aveva avvertito di possibili rischi.

L’ong Dalit (il nome significa oppressi nelle lingue Hindi and Marathi), per la quale Silvia lavora, è impegnata negli aiuti dei fuoricasta, i più poveri tra i poveri, e di altre comunità emarginate nel sud ovest del Bangladesh. «Ci rivolgiamo alle famiglie che svolgono i lavori più umili, come i conciatori di pelli, gli allevatori di maiali, i pescatori, gli addetti alla bruciatura dei cadaveri e alla pulizia delle latrine» mi spiega.

DSC08860-1024x768 Credits: Un gruppo di bambini che vanno a scuola grazie all'aiuto della ong Dalit



Dalit opera nei distretti di Khulna, Jessore, Satkhira, Bagerhat con programmi che riguardano l’educazione primaria e secondaria per oltre 5 mila studenti e la formazione professionale per adolescenti. Inoltre si occupa della sensibilizzazione sui diritti umani e contro fenomeni diffusi come il matrimonio precoce per le ragazze (le manda a scuola contribuendo alle spese). Ed è attiva nell’assistenza sanitaria, gestendo una struttura diagnostica con day hospital a 30 chilometri da Khulna: solo nel 2014 i medici hanno visitato 10 mila pazienti e raggiunto nei villaggi altre 6500 persone.

Nella foto in alto Silvia è con un gruppo di donne impiegate in attività di artigianato: utilizzano materiali locali (juta, sari di seconda mano) e tecniche tradizionali (la piu famosa si chiama nakshikantha, impuntura a mano). Sono ragazze che vivono lungo il fiume di fronte al secondo porto del Bangladesh, Mongla, all'inizio della foresta di mangrovie più grande del mondo, e lavorano la buccia del riso.

«La mia esperienza più bella? Vedere una ragazza poverissima, appartenente alla comunità degli intoccabili, riuscire, grazie al nostro aiuto, a completare gli studi e a laurearsi in legge» mi dice Silvia. «Un doppio riscatto il suo, sociale e anche perché donna. Nel nostro lavoro ci vuole tempo per vedere i risultati. Ma poi arrivano, ed è quello che conta».

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Nei prossimi giorni Silvia racconterà la sua esperienza e il lavoro della ong Dalit in una serie di incontri. Per sapere dove e quando, scrivete una mail a a.lodolo@tiscali.it

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