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Attentati di Parigi: perché è successo? E il rischio per l’Italia?

di Natascia Gargano
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Loretta Napoleoni, economista ed esperta di terrorismo internazionale, ci aiuta a capire meglio che cosa è successo venerdì 13 novembre e perché. E a che livello è il rischio per il nostro Paese

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Loretta Napoleoni, economista ed esperta di terrorismo internazionale, ci aiuta a capire meglio che cosa è successo venerdì 13 novembre e perché. E a che livello è il rischio per il nostro Paese

Due giorni dopo il massacro di Parigi, aerei francesi bombardano Raqqa, roccaforte dello Stato Islamico in Siria. Almeno trenta raid in poche ore. È la risposta della Francia colpita al cuore dalla follia jihadista. Per capire un po’ meglio quello che è successo venerdì 13 novembre e perché, abbiamo raggiunto al telefono da Londra Loretta Napoleoni (vedi il sito lorettanapoleoni.net/italiano), esperta di terrorismo internazionale, e autrice di Isis. Lo Stato del terrore (Feltrinelli).

Perché proprio Parigi?
«È il quinto attacco in poco tempo che subisce la Francia. Il Paese è certamente un obiettivo simbolico importante in Europa per lo Stato Islamico, ma è stato scelto anche per la facilità con la quale i terroristi hanno potuto colpirlo: fa parte di Schengen, quindi è facile far entrare uomini e armi, ed ospita una grande comunità di musulmani, alcuni dei quali hanno potuto radicalizzarsi e costruire una rete operativa».

Cosa rischia l’Italia?
«Il nostro Paese è a rischio tanto quanto lo sono in questo momento gli altri Stati europei. Siamo i vicini del Medio Oriente, tutto il Vecchio Continente è nel mirino dei terroristi. Non esiste una strategia precisa contro Roma o il Vaticano. Se i jihadisti riusciranno a colpire Torino lo faranno lì, non fa nessuna differenza. Anche in una cittadina di provincia l’impatto sarebbe comunque enorme, perché la tensione è ormai alle stelle. L’obiettivo dei terroristi è la paura. Più ne abbiamo, più diventiamo deboli».

Tra gli attentatori c’erano anche cittadini francesi. Perché l'Is attrae tanti giovani europei?
«Il Califfato esercita una grande seduzione per la carica rivoluzionaria, anti imperialista e patriottica del suo messaggio. Per questi ragazzi significa contribuire alla costruzione della nuova nazione, il sogno di tutte le generazioni precedenti che non sono mai riuscite a darsi un’identità politica, perché oppresse dal regime ottomano e dalla colonizzazione europea. Prima della proclamazione dello Stato Islamico, l’Is ha fatto circolare un video in cui a parlare era, non a caso, un jihadista cileno: il Cile rappresenta nell’immaginario comune il luogo del colpo di Stato più sanguinario della Guerra Fredda. La loro retorica usa simboli molto forti. Liquidare i miliziani come esaltati religiosi è un errore: hanno un preciso progetto politico nazionalista per la costruzione di uno Stato. La religione è solo un veicolo, non l’obiettivo finale».

Cosa dobbiamo aspettarci adesso?
«Non si sa dove colpiranno, ma questo tipo di attacco lo vedremo di nuovo. È un salto in avanti, una modalità di azione nuova, con attacchi simultanei, sincronizzai, condotti non con bombe ma con armi di assalto. È un modello più moderno, di effetto ed economico di quello di Al Qaeda: con 500 euro si compra un kalashnikov, senza bisogno di esperti di esplosivi. Ed è fatto con la gente che è già qui: negli ultimi 12 mesi la radicalizzazione ha assunto aspetti propri. La regia non arriva da Raqqa, si è creata una rete autonoma in Europa. Chi non è partito ed è rimasto nei nostri Paesi, si è messo insieme ed è diventato più forte».
Leggi il resto dell’intervista sul prossimo numero di Donna Moderna in edicola mercoledì 18 novembre.

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