Un premio Nobel per le donne del Bangladesh

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    Credits: Ansa - Muhammad Yunus e la moglie festeggiano l'assegnazione del premio Nobel per la pace

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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    Credits: Ansa - Muhammad Yunus durante la visita della regina Sofia di Spagna in Bangladesh

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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    Credits: Banca Etica - Muhammad Yunus con Ugo Biggeri, consigliere di Banca Etica

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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    Credits: Abiti Puliti - Una giovane operaia bengalese ferita nell'incendio della fabbrica tessile in cui lavorava

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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    Credits: Grameen Bank - Un'artigiana bengalese intenta ad intrecciare cesti

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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    Credits: Sara Sironi - Alcuni prodotti artigianali esposti alla mostra "Un filo di juta" a Besana in Brianza (Milano)

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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    Credits: Bottega della Solidarietà - Un abito da sposa confezionato con un "sari" ricamato a mano dalle donne bengalesi: la collezione è disponibile presso la Bottega della Solidarietà di Sondrio

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

  • 8 9
    Credits: Ctm altromercato - Partecipazioni di nozze realizzate in Bangladesh e disponibili presso le botteghe del commercio equo e solidale

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

  • 9 9
    Credits: Ctm altromercato - Biglietti con la colomba della pace realizzati in Bangladesh e disponibili presso le botteghe del commercio equo e solidale

    Trent'anni fa Muhammad Yunus, un giovane economista bengalese, uscì dall'università ed entrò nel villaggio di Jobra. Lì conobbe Sufia, una vedova con tre figli che per sopravvivere intrecciava e vendeva sgabelli di bambù. Tutti i soldi di Sufia finivano nelle mani di strozzini e intermediari, mantenendola in uno stato di schiavitù. Yunus le prestò pochi dollari e le chiese di restituirli quando ne avesse avuto la possibilità. Sufia comprò il bambù, si liberò dei mediatori e dopo qualche tempo estinse il debito.

    Nessuno avrebbe scommesso un dollaro su quella donna. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro nemmeno su Yunus, anche se si era laureato negli Stati Uniti, quando poco dopo creò la Grameen Bank che quest'anno ha vinto (con il suo fondatore) il premio Nobel per la pace. Una banca speciale: presta denaro a chi non dà garanzie, applica interessi più bassi ai più poveri, non persegue i debitori insolventi ma permette loro di rinegoziare il prestito, fa servizio a domicilio e, soprattutto, si fida delle donne. Il 96 per cento di chi ha ottenuto un prestito dalla Grameen Bank è vestita con un "sari" colorato.

    Sembra troppo bello? Ma è vero: la Grameen Bank è in attivo, ha decine di migliaia di dipendenti e vanta un recupero crediti del 98 per cento (la media delle banche italiane si aggira sul 50 per cento). Insomma, i poveri sono più affidabili! Il sistema economico ideato da Yunus si chiama microcredito: piccoli prestiti, piccoli interessi, piccole rate che permettono di avviare un'attività, comprare una casa. E uscire dalla povertà.

    Il modello economico della Grameen Bank è stato esportato in tutto il mondo: la finanza etica è diventata una realtà efficiente e diffusa (in Italia c'è Banca Etica) che attira sempre più persone, convinte che il denaro è fatto per l'uomo, non il contrario. Trasparenza, efficienza, sicurezza, investimenti "puliti": queste le chiavi del successo. E nessun elemosina: lo stesso Yunus dichiara di non fare mai la carità ai mendicanti, mentre offre loro piccoli prestiti senza interessi perché possano avviare un'attività.

    "È una grande notizia per me e per il Bangladesh. Ma mi carica anche di nuove responsabilità" ha commentato il banchiere alla notizia del premio Nobel. Non un premio per l'economia, ma per la pace: figlia dello sviluppo che il microcredito sa creare. Yunus sostiene che le somme elargite dalle grandi organizzazioni internazionali e i programmi della Banca Mondiale rischiano di aumentare la corruzione e i soldi spesso non arrivano a chi ne ha bisogno. La sua banca tratta invece i poveri alla pari, come partner d'affari. E le donne bengalesi, vittime di una pesante discriminazione, possono gestire un po' di denaro e guadagnare il rispetto dei mariti.

    Il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo e le donne occupano il gradino più basso nella società. Molte lavorano in condizioni disumane nelle fabbriche tessili che producono abiti per aziende europee e nordamericane. Gli stessi vestiti firmati che poi noi paghiamo a caro prezzo. Gli incidenti sul lavoro sono all'ordine del giorno: il 23 febbraio scorso 63 donne (tra cui molte ragazzine di 12 anni) sono morte nell'incendio della loro fabbrica. Le porte erano chiuse a chiave. Contro lo sfruttamento lottano le associazioni di "Abiti puliti". Sotto accusa ci sono aziende del calibro di Nike, Gap, Tesco e Disney.

    Grazie al microcredito e alle attività dei missionari, molte donne hanno fondato cooperative e sono diventate "imprenditrici di se stesse": possono così mandare a scuola i propri figli, pagarsi le visite mediche, ribellarsi ai matrimoni combinati. Il tutto a prezzo di un duro lavoro che viene però svolto volentieri: "Io nel mio lavoro sono libera" ha dichiarato Chalear, una delle donne che intrecciano sapientemente le stuoie di juta.

    Proprio quelle stuoie sono le protagoniste di "Un filo di juta", mostra-mercato itinerante ideata dalla Bottega della Solidarietà di Sondrio che è aperta fino al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano): un omaggio all'impegno delle donne artigiane bengalesi e un'occasione preziosa per conoscere il paese che oggi vanta due premi Nobel. Nel 1913 il premio per la letteratura è stato conferito al poeta Rabindranath Tagore e oggi le sue parole sembrano celebrare il riscatto di un intero popolo in via di sviluppo: "Sono venuto con la sola speranza, sono tornato con l'amore".

    PER SAPERNE DI PIÙ

    Un libro
    Muhammad Yunus, "Il banchiere dei poveri"
    Feltrinelli

    Una mostra-mercato
    "Un filo di juta"
    dal 21 al 29 ottobre a Besana in Brianza (Milano)

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di

Sara Sironi

Lui si chiama Yunus e insegna economia. Lei si chiama Sufia e intreccia bambù. Dal loro incontro nasce una banca che cambia la vita delle donne artigiane: artiste che sanno trasformare la juta in tappeti pregiati, esposti in una mostra-mercato

 

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