del

Richard Gere

di Elisa Leonelli
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E noi gli crediamo! Il divo, che sarà a Venezia con due film, ha dato prova di sincerità. Ammettendo che è difficile resistere alle tentazioni. E rivelando che lui ci riesce solo per una ragione. Di nome Carey

E noi gli crediamo! Il divo, che sarà a Venezia con due film, ha dato prova di sincerità. Ammettendo che è difficile resistere alle tentazioni. E rivelando che lui ci riesce solo per una ragione. Di nome Carey

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Di tutte le cose che Richard Gere dirà in questa intervista a una sola è francamente difficile credere. Questa: "Non ho più l'età per fare il seduttore". D'accordo, sono passati quasi 30 anni dai tempi in cui conquistava le donne di tutto il mondo nei panni dell'american gigolo dai muscoli scolpiti e l'aria strafottente. Ma a 58 sa ancora incantarci quando, con lo sguardo obliquo e il sorriso sornione dell'ufficiale gentiluomo, dice: "Mi sono sempre sentito un po' rubacuori e un po' principe azzurro,  adesso però ho bisogno di qualcosa di più profondo". E così il divo, che da tempo fa campagna per il Tibet e contro l'Aids, sarà protagonista dal 29 agosto alla Mostra del cinema di Venezia con due pellicole impegnate: "The hunting party", storia di tre giornalisti che vanno a caccia di criminali di guerra in Bosnia. E "I'm not there", un'originale biografia di Bob Dylan che il 7 settembre arriverà anche al cinema.

In questo film il mito della musica di ieri e di oggi è interpretato da ben sette attori diversi. Lei quale ruolo ha?

"Ovvio, quello di Dylan da vecchio! Ma ne sono onorato: lui è il più grande artista dei nostri tempi, le sue canzoni sono la colonna sonora della mia vita".

In che senso?

"Vengo da una famiglia di musicisti. Mio padre suonava la tromba e l'ha insegnato a me. Mio fratello suona il pianoforte, una delle mie sorelle il flauto, un'altra il clarinetto. Quando portavamo a casa un ragazzo o una ragazza, per prima cosa papà lo metteva davanti al piano per vedere come se la cavava in mezzo alla nostra band casalinga".

Ecco perché prima di recitare lei ha fatto il musicista.

"A 20 anni ho lasciato il college e sono andato a stare in una comunità di rocchettari nel Vermont. Ma non è durata molto. Presto ho capito che quello che volevo davvero era fare l'attore".

Immaginava che a quasi 60 anni sarebbe stato un divo di Hollywood?

"Macché, non mi sono mai visto oltre i 25! È come chiedere alle rockstar se pensano di stare ancora sul palco a 55 anni: no, pensi di morire a 26".

Invece poco fa ho sentito un mio collega dirle che tre generazioni di donne della sua famiglia sono pazze di lei.

"Sì, ma lo sa cosa mi hanno detto invece ai tempi di "Se scappi ti sposo?"".

Cosa?

"Che, piuttosto che il fidanzato, sembravo il padre  di Julia Roberts! Per fortuna nella vita ho smesso da tempo di guardare le ragazzine, preferisco di gran lunga le donne che hanno superato i 40. Sono più sexy: intelligenti, consapevoli, affascinanti".

Si riferisce a sua moglie, suppongo.

"Carey mi ha cambiato la vita. Con lei ho finalmente capito cosa significa intimità: non solo fare sesso, ma aprire il proprio cuore a un'altra persona".

Tra voi è stato un colpo di fulmine?

"Quando ci siamo incontrati eravamo entrambi freschi di divorzio. Avevamo vissuto lo stesso dolore e condividerlo ci ha fatto subito entrare in sintonia, a livello profondo".

E in quale momento ha capito che lei era la donna giusta, quella per cui valeva la pena rinunciare a tutte le altre?

"La vita è una questione di scelte. Certo, basta camminare per strada, specialmente in una città come New York, per cadere in tentazione... Ma, a differenza di quello che hanno scritto su di me per anni, non ho la fobia dei rapporti duraturi: quando sto insieme a una donna ci sto sul serio. E poi, di tutte le persone che ho incontrato nella mia vita, Carey è l'unica di cui non potrei fare a meno".

Ma non vi capita di litigare?

"Mai! (ride). In casa comanda indubbiamente lei, e io ho imparato a non sfidarla apertamente. Piuttosto la metto alle corde e la lavoro ai fianchi, proprio come Cassius Clay sul ring con Joe Frazier. La sfinisco a tal punto che lei poi mi sta a sentire".

E la proverbiale calma buddista?

"Quella mi serve con mia figlia Hannah. A 17 anni è in piena ribellione adolescenziale. Normalissimo, per carità, mi preoccuperei del contrario. Ma prima di parlare con lei devo fare ogni giorno un bel respiro profondo".

E con Homer, che di anni ne ha 7?

"Anche lui ha il suo bel caratterino. L'altra mattina è andato dalla mamma a dire "Papà non sa fare niente" perché a colazione non gli avevo messo i cereali nella sua tazza preferita! Ci sono cose che solo le mamme sanno... In compenso gli ho insegnato a giocare a baseball, ora tifa per gli Yankees".

Pensa mai di lasciare il cinema per dedicarsi di più alla sua famiglia e ai suoi impegni umanitari?

"Praticamente ogni giorno! Ma, come insegna il buddismo, tutti gli aspetti della vita di una persona sono legati tra di loro e si influenzano a vicenda. La mia si divide in tre: un terzo è dedicato a Carey e ai ragazzi, un terzo alle battaglie civili della Gere Foundation, un terzo alla carriera. Lo confesso, non ho rinunciato al mio ego: mi piace ancora fare film".

Ed essere considerato da 30 anni un sex symbol di Hollywood.

"Insalate a parte, è tutto merito del parrucchiere e del chirurgo plastico(ride): ci vado almeno una volta al mese!".

Richard Tiffany Gere nasce il 31 agosto 1949 a Philadelphia, Usa. È il secondo dei cinque figli di Homer, assicuratore, e Doris, casalinga. Grazie a una borsa di studio in atletica, va all'università del Massachusetts: si iscrive a filosofia, ma lascia dopo due anni. Per un po' suona la tromba in un gruppo musicale, poi inizia a recitare in teatro. Avvicinatosi al buddismo già durante gli studi, negli anni Ottanta inizia a battersi per la causa del Tibet. Dal 1991 al 1995 è sposato con la top Cindy Crawford. Poco tempo dopo incontra la futura moglie: l'attrice Carey Lowell, mamma divorziata di una figlia, Hannah. Nel 2000 nasce il loro bambino, Homer.

I suoi successi

Chi non ricorda il suo torso nudo in "American gigolo" (1980)? O la sua divisa bianca in "Ufficiale e gentiluomo" (1981)? Da allora Richard Gere ha fatto sognare almeno tre generazioni di donne. Il meglio di sé lo ha dato nei ruoli romantici, da "Pretty woman" (1990) a "L'ultimo cavaliere" (1995). È inciampato in qualche flop come "Autumn in New York" (2000) e "Parole d'amore" (2005), ma ha riconquistato il pubblico femminile ballando in "Chicago" (2002) e "Shall we dance" (2004).

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