del

Noi 40enni nella terra di mezzo

di Michela Murgia

Figli dei babyboomers e genitori dei nativi digitali, i nati nel ventennio ’60-’80 si sono persi tutte le rivoluzioni. Ma, sostiene Michela Murgia nel suo ultimo saggio Futuro interiore (Einaudi), una missione speciale per loro c’è

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Figli dei babyboomers e genitori dei nativi digitali, i nati nel ventennio ’60-’80 si sono persi tutte le rivoluzioni. Ma, sostiene Michela Murgia nel suo ultimo saggio Futuro interiore (Einaudi), una missione speciale per loro c’è

Michela Murgia
Un'opinione di

Michela Murgia

Nata in Sardegna, con il romanzo Accabadora (Einaudi, 2009), tradotto in più di 20 lingue, ha vinto...

Chi come me ha tra i 40 e i 55 anni sente da sempre di aver sbagliato tempismo sulla storia, ma forse non sa che i sociologi quella sensazione comune la stanno studiando da almeno un ventennio. Per descrivere la condizione di invisibilità delle persone nate tra il 1963 e il 1980 le definizioni degli esperti – soprattutto sociologi ed economisti - si sono sprecate: Generazione X, Decennio fantasma, Occasione perduta, Popolo senza identità sociale e molte altre ancora. Stanno tutte a significare che in quegli anni è successo qualcosa che ha segnato per sempre la vita di chi ci è venuto al mondo, come se in quel punto del calendario ci fosse una sorta di triangolo delle Bermude dove la gente scompare, finendo in qualche terra sconosciuta da cui non si torna più indietro.

Siamo come naufraghi su un’isola deserta

Quarant’anni fa lo scrittore Arto Paasilinna pubblicò un romanzo intitolato Prigionieri del paradiso, una storia satirica sulle società nord europee interamente costruita sull’ipotesi di un naufragio aereo nei pressi di un’isola deserta. La piccola comunità di passeggeri - tagliaboschi, ingegneri, tecnici forestali, infermiere, ostetriche, medici, un giornalista e l’equipaggio, tutti provenienti dai Paesi scandinavi – aveva solo due obiettivi: sopravvivere e cercare di mantenersi visibile per essere ritrovata dai soccorritori. Per fare questo quelle persone si trovarono però costrette a darsi un’organizzazione sociale che, dapprima strutturata in modo elementare, col passare dei giorni diventò sempre più complessa e simile a quelle delle socialdemocrazie di rispettiva appartenenza, esprimendo un sottinteso un po’ disperante: per quante isole deserte avessimo a disposizione per ricominciare da capo a immaginare mondi migliori, è probabile che finiremmo per replicare il nostro.

Siamo schiacciati tra 2 cambiamenti storici

Chi attraversa i fondamentali 15 anni che scorrono tra i 40 e i 55 si trova oggi in una situazione non molto diversa da quella dei naufraghi di Paasilinna. Figlia dei babyboomers e genitrice dei nativi digitali, quella degli anni ’60-’70 è una generazione ammarata nel mezzo di due fondamentali cambiamenti paradigmatici, uno sociale e uno tecnologico, e ancora fatica a trovare una dimensione storica da poter chiamare propria. Ci siamo persi gli anni ’60, la liberazione sessuale, i reggiseni bruciati e la fantasia al potere, ma già non eravamo più giovani quando è arrivato il mondo connesso, Internet per tutti, i tablet e gli smartphone. Nati tardi per lottare per i diritti, eravamo spaesati quando quelle che i nostri genitori chiamavano tutele sono diventate i privilegi che i governi affermano di non potersi più permettere.

Vogliamo sopravvivere e restare visibili

Esiliati dalle ideologie e arrivati ai linguaggi digitali come si arriva da adulti a una lingua straniera, i 40-50enni attuali hanno mancato il tempo di ogni rivoluzione e la cosa più grave è che lo sanno. Precari e individualisti, sono – siamo - dei sopravvissuti e ci aggiriamo tra le macerie di guerre sociali che non abbiamo combattuto. È il nostro tempo di mezzo: troppo giovani per considerare chiusa la partita e troppo vecchi per giocarsela ancora a pieno fiato, abbiamo in fondo le stesse urgenze dei naufraghi del paradiso paasiliniano, che volevano solo sopravvivere e restare visibili. E se fosse proprio questa condizione a metà la nostra rivoluzione? Abbiamo ancora abbastanza del vecchio mondo attaccato addosso per misurare la portata del cambiamento che per i nostri figli è scontato, ma allo stesso tempo siamo forti, non ancora invecchiati, capaci di abbracciare quel cambiamento senza permettere che vadano persi gli aspetti più preziosi del passato.

Siamo un ponte tra mondi che cambiano

Se dovessimo capitare in un’isola deserta e ricominciare da zero, saremmo i soli a sapere che una cittadinanza edificata sullo ius sanguinis o sullo ius soli trasforma tutti gli altri in nemici che possono affondare su un barcone. Solo noi potremmo affermare che la bellezza delle nostre città è un fatto politico, perché abbiamo visto con i nostri occhi che chi nasce in un posto brutto cresce pensando che a essere brutti siano anche la sua vita e il suo tempo. Nessuno tranne noi potrà ragionare di un modo diverso di governare, perché del potere abbiamo visto tutte le facce, da quella dura dei manganelli del G8 di Genova alla più ingenua, convinta che la partecipazione democratica sia mettere un like da una tastiera. Non esistono generazioni mancate, ma solo mancate occasioni. Quella di essere un ponte tra i mondi che cambiano è forse l’unica che ancora non abbiamo perso.

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