A proposito di molestie e violenza sulle donne

Il regista Fausto Brizzi in uno screenshot del servizio andato in onda a Le Iene

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di

Silvia Schirinzi

Il dopo-Weinstein ha ormai le dimensioni di un fenomeno: il numero di denunce e le personalità coinvolte hanno scatenato un dibattito nel quale, spesso, è difficile orientarsi

È impossibile non parlarne. A seguito delle inchieste ravvicinate del New York Times e del New Yorker sul caso Harvey Weinstein dello scorso ottobre, sembra essersi scoperchiato il proverbiale vaso di Pandora. Dal quel 5 ottobre a oggi attori, produttori, giornalisti e registi sono stati accusati da una moltitudine sconcertante di donne e il dibattito che si è scatenato intorno a quelle denunce – in moltissimi Paesi del mondo, Italia compresa – è diventato talmente vasto, sfaccettato e necessario da essere quasi opprimente. Ci coinvolge tutti, senza distinzione: quelli che sono contenti che qualcuno finalmente paghi per le sue cattive azioni, quelli che prima vorrebbero capire quali sono state le "cattive azioni" in questione, quelli che non sanno più cosa pensare del loro comico e/o attore preferito, quelli che credono sia una caccia alle streghe e che, in fondo, i rapporti tra uomini e donne sono sempre stati così. O perlomeno, che gli uomini son fatti così e c’è poco da fare. Se ne parla a lavoro con i colleghi, se ne parla a casa con familiari e amici, ci si scambia articoli e notizie provando a venire a capo di quello che sta succedendo. Magari sdrammatizzare, anche, fare qualche battuta, e giù a litigare anche per quello.

C’è poi questa cosa che le denunce arrivano tutte dal mondo delle celebrity o dei media, fatto che da una parte ha catalizzato un interesse altrimenti impensabile – e anche qui, ci siamo messi a distinguere tra vittime perfette e imperfette, tra signore famose e illustri sconosciute – e dall’altra ha permesso anche che molte di quelle storie fossero sminuite alla stregua del pettegolezzo più vecchio del mondo. Eppure quel dibattito resiste, così come resiste una confusione di base intorno ai temi principali da affrontare per la sola ragione, questa sì convincente, che sono tanti e tutti impegnativi. Basta pensare al caso del regista Fausto Brizzi, accusato di molestie da almeno dieci donne che hanno lavorato con lui. Non ha aiutato che tutto sia partito da un servizio de Le Iene, la cui affidabilità giornalistica è già stata messa ampiamente in discussione in passato. Ci sono state altre accuse e altre smentite, si è parlato di presunzione d’innocenza, della differenza tra accusa e condanna, di tribunali reali e tribunali social, di garantismo, infine.

È opprimente, dicevamo. Soprattutto perché ora che il dopo-Weinstein prende sempre più la forma di un fenomeno a sé, si porta dietro quell’imminente sensazione – liberatoria, certo, ma anche difficile da decifrare – che sia la fine di qualcosa. Di cosa esattamente non è immediato stabilirlo: del sistema fondato sul potere maschile e sulla tacita complicità – estorta, introiettata o consapevole – delle donne, quello che si chiama, grossolanamente, patriarcato? Personalmente sono convinta che sì, è vero che siamo di fronte alla rottura di un sistema, per quanto abusata possa sembrare l’espressione, che come ha scritto Giulia Siviero sul Post è poi un fatto politico. Ed è vero anche che non sembra esserci argomento di discussione, nell’attuale piazza pubblica, più complesso e stratificato di quello che riguarda lo sbilanciamento di potere all’interno del rapporto uomo/donna.

Dentro ci stanno un sacco di cose pesantissime: la nostra idea di mascolinità, di parità di genere, tanto per cominciare, e del modo in cui pensiamo – come società – di ridefinirle. Ci sta il sacrosanto diritto a eliminare quella costrizione che ha condizionato le donne fino ad oggi e che ci rende tutte, chi più chi meno, particolarmente suscettibili. Ci sta la differenza tra stupro, molestia e avances e il loro corrispettivo peso giuridico, ma ci sta anche il fatto che molte donne sembrano sapere sin dalla pubertà cosa sono tutte queste cose – perché gliele insegniamo – mentre moltissimi uomini non riescono a venirne a capo senza sentirsi colpiti nel loro “essere uomini”. Ci sta anche la nostra idea di consenso e il divario generazionale tra femministe, dichiarate o riluttanti che siano, ci sta la complicità del “tutti sapevano” e l’ipocrisia della casa di produzione che licenzia l'attore caduto in rovina. In un bellissimo pezzo sul New York Magazine, Rebecca Traister ha scritto che l’unico fattore che può garantirci una qualche speranza di cambiamento dello status quo è che molti uomini (o meglio, quelli che sono propensi a interpretare il potere in un certo modo) percepiscano come reale il rischio di essere esposti, e giudicati, per la loro condotta. Nessuno vuole punire tutti gli uomini, ma solo che alle donne vengano accordati gli stessi diritti. È una questione di parità, insomma, meglio non dimenticarselo.

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