Aborto: troppi medici obiettori?

La denuncia è scattata pochi giorni fa: all’Ospedale di Jesi, nelle Marche, 40mila abitanti, tutti i dieci specialisti del reparto ostetrico ginecologico sono obiettori di coscienza, quindi nessuna donna può chiedere l’interruzione volontaria di gravidanza. L’assessore regionale alla Salute è quindi corso ai ripari, facendo arrivare di gran carriera un medico non obiettore da Fabriano. Ma come è potuto succedere? L’abbiamo chiesto ad Angelo Curatola, primario del reparto di Jesi: «Mi dispiace, in quanto dirigente pubblico, non sono autorizzato a parlare con i giornali. Posso solo dire che faccio questo mestiere da 34 anni, sono stato un non obiettore e poi per serissimi motivi che non voglio rendere pubblici ho fatto la scelta opposta».Ma l’emergenza non riguarda solo Jesi: in Italia applicare la legge 194 che regola le modalità dell’aborto, varata dopo anni di battaglie nel 1978, oggi è un percorso a ostacoli. Il motivo? «I non obiettori diminuiscono di anno in anno» rivela Silvana Agatone, ginecologa di un grande ospedale di Roma, presidente della Laiga (Libera associazione italiana ginecologi). «Andando avanti di questo passo in Italia una donna che vorrà interrompere una gravidanza non potrà più farlo. Solo nel Lazio i ginecologi obiettori sono il 91,3 per cento. E quando andremo in pensione noi, diventeranno il 100 per cento. I colleghi nuovi assunti sono tutti obiettori». Dalla relazione del ministero della Salute sull’interruzione volontaria di gravidanza, del 4 agosto 2011, si scopre che in Basilicata quasi nove su dieci sono i medici che si rifiutano di applicare la 194, in Lombardia quasi sette, in Veneto circa otto, e le cifre variano di poco regione per regione. A livello nazionale sono il 70,7 per cento.Claudio Crescini, segretario dell’Associazione scientifica dei ginecologi ospedalieri italiani e direttore di Ostetricia e ginecologia dell’Ospedale San Giovanni Bianco di Treviglio-Bergamo, dichiara scoraggiato: «Sono un non obiettore, ma di questo argomento non parlo più. L’aborto ormai viene usato solo per questioni politiche ed elettorali, le pressioni su noi medici sono fortissime. Anche se non viene detto ufficialmente un non obiettore non fa carriera, e quasi sempre lo costringono a praticare solo aborti». «Chi invece fa la scelta opposta, ha la vita molto più semplice» aggiunge Mario Puiatti, presidente nazionale dell’Aied, Associazione italiana per l’educazione demografica. «Innanzitutto fa un lavoro in meno, e senza danno per sé o per l’avanzamento professionale. Ricordo che quando ancora c’era il servizio militare obbligatorio, gli obiettori che sceglievano il servizio civile facevano 24 mesi al posto di 15. Voglio dire: è giusto che ognuno abbia le sue idee, ma c’è una legge dello stato che deve essere rispettata. Chi non lo vuole fare dovrebbe pagare un prezzo. Io dico che è come voler fare il poliziotto e poi rifiutarsi di usare le armi. E poi davvero tutti questi obiettori sono cattolici praticanti? Mi pare che le cifre tra chi va in chiesa regolarmente e queste percentuali bulgare non corrispondano proprio».Giuseppe Noia, docente di Medicina prenatale al Sacro cuore di Roma e presidente dell’Associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici lo contraddice: «L’obiezione di coscienza, che è un patrimonio dell’umanità, nel caso della 194 non dipende da una questione religiosa bensì scientifica. Non si parla mai dei danni che l’aborto ha sulla salute delle donne. Se ripetuto, può creare malformazioni all’endometrio, i tessuti del seno sono esposti alle displasie, per non parlare delle depressioni, e questo crea un danno non solo alla donna, ma al marito, alla famiglia, alla società. E non ho citato tutte le controindicazioni».Laura Fiore è caduta in depressione dopo aver abortito al Secondo Policlinico di Napoli, e oggi ha scritto un libro, Abortire tra gli obiettori (Tempesta Editore): «Certo la mia è stata una scelta molto dolorosa, ma molto più devastante è stato il modo in cui mi hanno trattato i medici. Il centro dei non obiettori funziona il giovedì, il venerdì e il lunedì. Quattro anni fa ho scoperto a quasi sei mesi di gravidanza che portavo in grembo una bimba Down: con mio marito abbiamo deciso che non saremmo stati in grado di allevarla. Mi hanno ricoverata di venerdì, e subito mi hanno indotto il travaglio. Il giorno dopo sono stata portata in sala parto, ma c’erano solo medici e paramedici obiettori. Quando è iniziato il travaglio, un ginecologo senza avvisarmi mi ha fatto la dilatazione forzata, e io mi sono spaventata tantissimo. Poi gli ho chiesto se era il momento di espellere, ma lui mi ha risposto che non era un parto e che quindi avrei dovuto arrangiarmi da sola. E se ne è andato. Mi sono sentita gelare. Alla fine sono stata aiutata, poi mi hanno lasciata sola col corpo di mia figlia sul lettino: pensavo fosse morta. E invece all’improvviso si è mossa. Ho urlato, e finalmente un’infermiera ha tagliato il cordone ombelicale. Hanno messo il feto in terapia intensiva. La bimba è morta dopo quattro giorni di agonia. È stato uno shock, una tortura fisica e psicologica. Per mio marito, per tutta la mia famiglia».«Sono proprio le donne che scelgono l’aborto terapeutico le più penalizzate» spiega Maurizio Balestrieri, docente di bioetica all’Università di Torino, e responsabile della campagna contro l’obiezione di coscienza della Consulta di bioetica onlus. «Gli ospedali che hanno solo obiettori, come nel caso di Jesi, chiamano i cosiddetti “gettonisti”, ginecologi che vengono in giornata da un altro ospedale. L’aborto nei primi tre mesi di gravidanza si fa in day-hospital. Nel caso però del terapeutico, la situazione è molto più complicata, la paziente deve essere assistita anche nei giorni successivi all’intervento. Il problema è che in Italia si è creato un clima punitivo nei confronti delle donne che vogliono usufruire della 194, e nei confronti di quei, pochi ormai, medici che non hanno scelto l’obiezione». «Non lo chiamerei proprio aborto terapeutico» ribatte Giuseppe Noia. «Ma aborto eugenetico, ovvero di selezione della specie. Non si spiega alle donne che tante malformazioni sono curabili prima della nascita e dopo».Insomma, c’è modo di conciliare posizioni tanto distanti, tra chi obietta e chi no? Tra diritti negati e diritti da tutelare? « Bisognerebbe applicare la legge alla lettera» afferma Alessandra Kustermann, primario non obiettore della Clinica Mangiagalli di Milano. «A partire dall’articolo quattro, dove si legge che anche le case di cura private, autorizzate dalla Regione, potrebbero praticare la 194. E poi si potrebbero cercare tutti i non obiettori che abbiano un contratto pubblico, nei consultori o nei poliambulatori, dirottarli nei reparti ospedalieri dove ci siano soli obiettori. Si dovrebbe anche fare in modo che il ginecologo dedichi non più di otto ore settimanali alla 194, proprio per evitare di ghettizzarlo. Detto questo, sono comunque dell’idea che non tutti gli specialisti scelgano l’obiezione per ragioni puramente opportunistiche o religiose. Le ginecologhe madri hanno difficoltà ad applicare la 194, e molti uomini non sopportano l’autodeterminazione femminile. Io ascolto sempre le mie pazienti, e se le loro ragioni sono forti, accetto le loro decisioni. Sono convinta che il nostro compito sia stare vicino alle donne che scelgono di rinunciare alla gravidanza, perché è un passo difficile, che ti condiziona la vita: quante lacrime ho visto, e quanto dolore. Meritano rispetto e tutta la nostra attenzione».

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All’ospedale di Jesi sono antiabortisti dieci ginecologi su dieci. Un caso che ha fatto scalpore. Ma nel resto d’Italia non va molto meglio: 70 medici su 100 non praticano l’interruzione di gravidanza. Una situazione che rischia di rendere inapplicabile la legge 194. Decidere di non far nascere un figlio è una scelta difficile e dolorosa per ogni donna. Ma è anche un diritto. Che sempre più spesso viene negato

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