Adolescenti: i figli crescono e i genitori vanno in crisi

Credits: Shutterstock
/5
di

Ilaria Amato

Con l’arrivo dell’adolescenza molti genitori diventano troppo punitivi. Lo sostiene nel suo ultimo libro uno psicoterapeuta che da anni si occupa dei teenager e delle loro famiglie

L'adolescenza manda in crisi tutto: genitori, figli e modo di educare. «Noi madri e padri moderni ci siamo riempiti la bocca per anni di parole come libera espressione e creatività, ma di colpo ce le rimangiamo. Non sono adatte per crescere un teenager» sostiene Matteo Lancini, psicoterapeuta e autore di Abbiamo bisogno di genitori autorevoli (Mondadori). «Ecco allora che improvvisamente ci ritroviamo a gridare e proibire. Succede perché abbiamo paura di perdere il controllo dei nostri ragazzi che ora vogliono fare di testa loro». E il risultato qual è? Un flop completo fatto di tensione e frustrazione.

Davanti a un figlio adolescente andiamo in tilt. Perché?

«È normale, ci troviamo a uno snodo cruciale dell’esistenza, paragonabile a una seconda nascita di un bambino; tutto in lui è nuovo: il corpo, le emozioni, le relazioni. E noi genitori ci dobbiamo resettare in base a questa evoluzione. Come reazione istintiva, di solito diventiamo autoritari. Con un adolescente tutti i punti di riferimento che avevamo saltano: con le classiche “buone” non riusciamo a ottenere nulla. Siamo al buio completo. Così, l’unica soluzione che ci rimane è andare a ripescare un modo di essere padre e madre fatto di regole, vincoli e divieti. Una modalità che conosciamo, perché è quella che hanno usato i nostri genitori con noi, ma che non condividiamo veramente».

Il libro da leggere: Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti (Mondadori), di Matteo Lancini

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente della Fondazione minotauro, mette a fuoco i problemi più diffusi degli adolescenti di oggi e suggerisce come ascoltare i ragazzi senza né pregiudizi né buonismi per diventare un vero punto di riferimento per loro.

E funziona?

«No. Per quanto ci sforziamo, non riusciamo a infilarci in un modo di educare non tagliato sul modello famigliare di oggi. I ragazzi ne rimangono spiazzati. Del resto, come potremmo credere il contrario? Finché erano bambini li abbiamo incitati a stare con gli amici, a esprimersi in base ai propri impulsi, e poi all’improvviso chiediamo loro di chiudersi in camera, non vedere nessuno perché devono studiare, rispettare doveri e orari. Ecco allora che i genitori vengono visti come sadici, oltre che un po’ isterici, perché si arrabbiano se non vengono soddisfatti con le loro dure richieste».

Meglio allora iniziare a mettere paletti prima che diventino adolescenti?

«Non mi sembra una strada efficace. Aggiustare il tiro in corsa è difficile, poco utile, oltre che fuori tempo. Chi impone misure ferree a 5, 6, 7 anni è già in ritardo. Non aspettiamoci grandi risultati. Sembra una provocazione la mia, ma bisognerebbe iniziare a essere più rigidi e a stabilire delle regole già dai corsi pre-parto, dalle prime ecografie. Perché se carichiamo i nostri figli di aspettative quando sono ancora in pancia mettendoli al centro di un’attenzione eccessiva e smodata, se immortaliamo ogni loro momento ed enfatizziamo ogni loro risorsa, è difficile ottenere buoni risultati».

Quindi cosa possiamo fare?

«Proseguire con il metodo “creativo” che abbiamo adottato fino a ora. Dare regole non è sottomettere, ma far scoprire la bellezza dell’alternativa. Quindi, per esempio, se un ragazzino va male a scuola è inutile costringerlo in camera a studiare, sotto la minaccia di togliergli la paghetta settimanale o il telefonino. La soluzione non è sgridarlo o punirlo, ma insegnargli a diventare più responsabile, a scoprire il piacere di portare a termine un obiettivo. Affidandogli impegni veri di cui possa toccare con mano l’utilità, come aiutare il fratellino a fare i compiti, oppure il papà o la mamma a svolgere alcune incombenze».

Non rischiamo così di essere troppo permissivi?

«Direi che con un adolescente vale più il concetto di “vince chi molla”. Il testa a testa non porta a nulla se non a un’escalation di tensioni e liti. Rispettiamo i loro ritmi, o almeno concediamo ai ragazzi la possibilità di sperimentarli e di provare a fare come sentono. Per esempio, a casa non collaborano? Proviamo ad attribuire mansioni di carico lavastoviglie, concedendo però i tempi di realizzazione al figlio e tollerando senza impazienza, interventi o recriminazioni l’attesa, anche se significa lasciare la tavola apparecchiata per giorni».

Però il rischio che si mettano in pericolo c’è. Come possiamo continuare a dar loro fiducia?

«Partiamo da un presupposto: non si può crescere senza fare esperienza, l’alternativa è costruire intorno a loro un mondo virtuale, che li taglia fuori dalla vita vera. Quello che possiamo fare, allora, è aprire progressivamente degli spazi di autonomia. La fiducia è qualcosa che non si improvvisa: va costruita sin da piccoli. Non possiamo aspettarci che un figlio adolescente esca la sera e si comporti bene se non ha prima attraversato tappe intermedie: se a 5 anni non gli hai mai concesso di salire una rampa di scale da solo, o a 9 di scendere a comprare il latte. Deve dimostrare che se la sa cavare, in base al suo livello di maturità, anche senza mamma e papà. Il nostro compito è quello di trasmettere l’idea che secondo noi ce la può fare: soltanto così si responsabilizza».

Riproduzione riservata
Stampa
Scelti per te