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Affido condiviso: per me è una legge che fa male ai figli

di Sabrina Barbieri
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La critica arriva dal celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, che di casi di separazione ne ha trattati molti. E da questi ha imparato che per papà e mamma raggiungere un accordo, come vorrebbe la riforma, è sempre difficile. E a pagare sono i bambini

La critica arriva dal celebre avvocato Annamaria Bernardini de Pace, che di casi di separazione ne ha trattati molti. E da questi ha imparato che per papà e mamma raggiungere un accordo, come vorrebbe la riforma, è sempre difficile. E a pagare sono i bambini

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Gioca duro l'avvocato Annamaria Bernardini de Pace quando parla della legge sull'affidamento condiviso. Perché la riforma, entrata in vigore il 16 marzo, proprio non le va giù. Come non piace a tanti suoi colleghi e giudici che in questi giorni lanciano l'allarme per il possibile caos nei tribunali: norme poco chiare, ricorsi a non finire, paralisi annunciate. Il suo malcontento, la signora delle cause vip, lo ha messo nero su bianco in un libro appena uscito, scritto con Alessandro Simeone: Figli condivisi (Sperling & Kupfer, a destra la copertina). Dove una croce sopra il con trasforma il titolo in Figli divisi per dire che la condivisione annunciata in realtà è una spartizione. Ecco i fatti.
La legge afferma il principio della bigenitorialità. Stabilisce cioè che, di regola, i figli di genitori separati non devono più essere affidati solo alla mamma (prima succedeva nell'84 per cento dei casi) o al papà (capitava quattro volte su 100). Devono essere seguiti da entrambi (finora gli affidamenti congiunti o alternati erano circa dieci su 100). Quindi, in apparenza, niente più madri che si appropriano dei figli e li tengono lontani dai padri. Niente più papà da “due weekend al mese”. E figli più sereni. Ma, dice Bernardini de Pace, tutto ciò è un grande abbaglio.

Perché lo sostiene?

«Affidamento condiviso vuol dire che una mamma e un papà concordano le decisioni importanti che riguardano i figli e non che i figli stanno metà tempo con uno e metà con l'altro. È sempre il giudice a stabilire i tempi e i modi. La legge non dà criteri. Non risolve neppure il problema del cambio di residenza».

Cioè?

«Spesso i padri si lamentavano perché le madri cambiavano città portando via i bambini. La cosa sarà ancora possibile: la residenza non rientra tra le cose da concordare».

Ma la residenza è una cosa importante. Come mai non è prevista?

«Questa legge è scritta male, in fretta. E si presta anche a troppe interpretazioni. Non si capisce neppure qual è il tribunale competente per i casi che riguardano i figli delle coppie non sposate. Quello dei minori o quello ordinario? Intanto ci sono già cause bloccate. Il vero problema è che è stata pensata per accontentare le richieste di pochi padri frustrati. Non tiene conto dei bisogni di bambini e ragazzi. Anzi, li mette al centro di un terribile gioco di potere fra adulti. Mica possiamo pensare che due separati andranno d’accordo solo perché glielo impone la legge».

Infatti, le storie che racconta nel libro sono tremende.

«Le ho immaginate. La riforma è ancora troppo fresca per avere casi concreti, ma sono certa che andrà così: sempre più litigi per trovare un accordo. Sempre più ricorsi ai tribunali. Decisioni con tempi lunghi e i figli a farne le spese. Poniamo che un ragazzo voglia iscriversi a una certa scuola e ci sia un termine per farlo. Se la madre è d’accordo e il padre no, o viceversa, deve intervenire il giudice. Ma, dal momento del ricorso a quello della sentenza, passano in media dai tre mesi a un anno. E addio scuola».

Come dire che è meglio l'affidamento esclusivo a uno dei due, ancora previsto dalla legge come scelta di ripiego?

«Non in assoluto. Quello congiunto c'è dal 1987 e io ne ho chiesti e ottenuti parecchi, ma solo nei casi in cui capivo che tra i genitori c'era la volontà di collaborare. Il buon senso, purtroppo, è un optional per tanti che si separano».

Non sarà pessimista?

«Sono realista. Ho visto troppi dispetti fatti tra ex che non pensano alle conseguenze per i figli. Purtroppo alla base della riforma c'è l'ignoranza dei meccanismi psicologici che scattano quando ci si lascia».

Le novità sono state fortemente volute dalle associazioni dei padri separati, che con la vecchia legge si sentivano esclusi dalla vita dei figli.

«Sono stati bravissimi a fare lobby».

Non pensa che un po' di ragioni le abbiano avute nella loro battaglia?

«Ci sono madri monopolizzanti, terribili, questo è vero. E forse c’è stata un'applicazione troppo rigida delle norme precedenti. Ma se la maggior parte dei figli venivano affidati alle donne era perché la maggioranza dei padri non prendevano neppure in considerazione una soluzione diversa. Non si erano mai occupati dei bambini prima, figuriamoci se avevano voglia di farlo dopo la separazione. Con questa legge per pochi si farà del male a molti».

La riforma si applica anche alle vecchie cause. Le hanno già chiesto in tanti di passare dall'affidamento esclusivo a quello condiviso?

«Sì, per fortuna sono riuscita a dissuaderne molti. C'è anche chi la legge ha deciso di applicarsela autonomamente. Un padre di Bari, a marzo, ha smesso di pagare l'assegno di mantenimento alla moglie perché ha letto sui giornali che l'assegno sparisce, cosa peraltro non completamente vera. Siamo in attesa dell'udienza. Ma quanto dovranno ancora aspettare quella madre e, soprattutto, quel figlio per vedere i soldi di cui hanno diritto?».

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