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Alzheimer: la mia vita con la malattia

di Flavio Pagano
Alzheimer: la mia vita con la malattia 3 - 5.00/5

L'Alzheimer ci strappa le persone ma ci unisce a loro in modo nuovo. Lo dice uno scrittore che da anni convive con la malattia della mamma. E qui ci conferma: per la scienza, la nuova frontiera della cura sono i caregivers, i familiari curanti

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L'Alzheimer ci strappa le persone ma ci unisce a loro in modo nuovo. Lo dice uno scrittore che da anni convive con la malattia della mamma. E qui ci conferma: per la scienza, la nuova frontiera della cura sono i caregivers, i familiari curanti

Mia madre mi guarda, con quegli occhi che l’età ha velato di un malinconico languore, e ad un tratto mi sorride: «Quanto ho lavorato oggi...», dice, seduta sulla solita poltrona, dove sembra sempre più piccola, «ho fatto maglie di lana tutto il giorno, c’è da sgobbare, ma... guadagno bene!»

In realtà non ha mosso un dito. Ha 90 anni e vive, come si suol dire «in un mondo tutto suo». Un mondo dove nulla accadde realmente, e dunque dove tutto è possibile: l’Alzheimer.

700mila i malati di Alzheimer in Italia

I malati in Italia sono oggi circa 700 mila, e il loro numero è in aumento, mentre si abbassa l’età media di quelli che ne vengono colpiti. Considerando le famiglie, parliamo di oltre tre milioni di persone, ed è impensabile risolvere un’emergenza sociale di queste dimensioni nei termini dell’assistenza pubblica. È per questo che i famigliari curanti, i cosiddetti caregivers, giocheranno un ruolo sempre più importante. Ed è per questo che, prima di tutto, bisogna comprendere una cosa: non c’è nulla di cui aver paura.

È una prova che possiamo superare

L’Alzheimer non è una pugnalata a tradimento della vita. Come non lo è nessuna malattia. E quando lo incontriamo, ci insegna a liberarci dell’angoscia, non a esserne vittime. Ogni caso fa storia a sé, e tutti, anche se prima non lo sapevamo, impariamo pian piano a scoprire che possediamo tutte le risorse necessarie per affrontare e superare questa difficile prova.

Ogni figlio, nipote, o coniuge di un malato di Alzheimer, sa bene cosa voglia dire aggrapparsi disperatamente a uno sguardo, a una scheggia di lucidità, a un attimo di semplice quiete, da parte di qualcuno che amiamo con tutto il cuore e all’improvviso sembra un guscio vuoto, una zolla inaridita.

Cosa ci insegna questa malattia

«Mamma...», «Papà...», «Nonno»... quant’è difficile rinunciare a queste parole! E quant’è doloroso sentire di non poter fare nulla per aiutare chi ha fatto tanto per noi. Ma, mentre i ricercatori inseguono una molecola che possa aprire orizzonti nuovi, qualcosa che possiamo fare in realtà c’è: amare i nostri cari colpiti dal male, amarli fino all’ultimo istante.

L’Alzheimer ci strappa le persone care, è vero, ma al tempo stesso ci unisce loro in una maniera nuova. Tutto si rovescia: i figli diventano genitori e i genitori diventano figli. Eppure in cambio di tutto questo riceviamo un dono: l’occasione di guardare dritto dentro di noi. E lì, la sorpresa: non c’è desolazione in fondo al cuore. Mai. Perché anzi è proprio lì che nasce la magica sorgente della nostra ostinata, folle, inarrestabile voglia di amare.

È l’ultima lezione di vita che riceviamo da quella mamma o quel papà che se ne stanno andando via: amare non è mai tempo perso.

Accudire un malato di Alzheimer, è come prendersi cura della vita. Dare acqua a un piccolo fiore, anche se non ci dirà mai grazie.

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