Quando l’amore è una truffa

Adesso mettetevi sedute. Prendetevi dieci minuti di tempo. Quello che sento l’urgenza di dire è molto sgradevole. Vi farà arrabbiare. Proverò a farvi venire qualche dubbio. Anche un solo dubbio. Perché quel dubbio, io ne sono convinta, può fare la differenza. Può salvare una vita. La vostra. La vita di un altro. La vita di tutti noi che ci arrampichiamo come formiche sul muro scivoloso dei giorni. Diffidate di chi dice: «TI AMO». Perché non dice quello che sembra. Perché l’amore è una truffa. E la parola “amore” un’arma. Letale, purtroppo, troppo spesso. Certe volte uccide l’anima, il futuro, la libertà. Altre volte fa scorrere il sangue. Prendete Samuele Caruso. Un «bravo ragazzo», dice la madre, che continua a tenere gli occhi serrati contro la verità. Un bravo ragazzo che, una mattina, esce di casa con il coltello e dice: «Volevo usarlo su Lucia se avesse ammesso il tradimento». Lucia era, secondo lui, la sua fidanzata. Lucia ha 18 anni e con Samuele ha avuto un flirt. Poi si sono lasciati. Ma Samuele “la ama”. E “per amore” va ad aspettarla nell’androne del palazzo dove abita. Per amore, quando lei entra, tornando da scuola insieme alla sorellina Carmela di un anno più giovane, le salta addosso e mena fendenti. Venti. Venti squarci da cui zampilla sangue. Carmela si para davanti all’assassino, per difendere la sorella. L’assassino la sgozza. Io sto male, e voi? Prendete Leonardo, il bambino di Cittadella di Padova. Ha dieci anni, va a scuola. Una mattina, arrivano a prenderlo i poliziotti. Lo trascinano fuori dal banco, lo portano a braccia nel corridoio e poi fuori, alla macchina, mentre lui si divincola e urla: «Non respiro, lasciatemi, non respiro». Accanto ai poliziotti c’è il papà del bambino, lo tiene per i piedi. Davanti al bambino c’è la famiglia della sua mamma, il nonno, la zia, lo zio. Hanno una telecamera e filmano tutto. Da settimane stavano lì, fuori dalla scuola, ad aspettare quello che sapevano sarebbe successo, con la telecamera per poi spedire il video a Chi l’ha visto?. Il bambino di Padova è lo strumento con cui madre e padre si fanno la guerra. “Per amore”, la madre da sette anni gli impedisce di vedere il papà e lo cresce nell’odio e nella paura di suo padre. “Per amore”, il padre, dopo anni di tragedie, porta via il bambino dalla sua vita. Per tutto questo “amore” che gli è caduto addosso, questo bambino ora vive in una casa-famiglia. Prendete Jean-Paul Belmondo. Ha 79 anni, ha avuto un ictus nel 2001 e nel 2008 “per amore” Barbara Gandolfi, 37 anni, si è fidanzata con lui. Si erano conosciuti, ovviamente, a Saint-Tropez. Ora Belmondo sta guarendo, ha perfino girato un film. Certo, vederlo fa impressione, è un povero vecchio con lo sguardo vuoto. “Per amore”, la signora Gandolfi, dice la polizia e dicono i giudici, deve aver guardato molto bene i di lui conti in banca. Infatti pare che parecchio denaro («flussi sospetti») sia transitato, “per amore”, dal conto di lui a quello di lei. Belmondo l’ha lasciata. Prendete Jeremy Forrest. Ha 30 anni, è sposato e insegna in una scuola. Una mattina esce di casa, bacia la moglie e i bambini, va in classe. E, “per amore”, scappa con la sua allieva Megan Stammers, di anni 15. “Per amore”, dall’Inghilterra, dove lui sarebbe incriminato per abuso sessuale, scappano in Francia, dove la loro fuga è lecita. È lecito che un uomo adulto e responsabile si appropri del futuro di una ragazzina di 15 anni, che lo guarda come un dio perché è il suo insegnante? Una ragazzina di 15 anni, nel 2012, è ancora una bambina o è già un’adulta, per la vita che fa, per le cose che vede intorno a sé? Chi ha sedotto chi? È “amore”? Dal 1991 i casi di “amore” tra allievi e professori in Inghilterra sono stati 191. In tutti questi casi, e nei prossimi, e nei casi che io non conosco ancora e voi conoscete e forse vivete, l’amore non è amore. È un alibi, feroce, per Samuele. È una pistola puntata, per i genitori di Leonardo. È una rapina, per Barbara Gandolfi. È manipolazione, per Jeremy Forrest. Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Questa è la domanda. Ed è anche il titolo di una celeberrima raccolta di atroci racconti di Raymond Carver, usciti nel 1981: ognuno è una coltellata, in ognuno l’amore non esiste. L’amore, come lo intendiamo noi, è un prodotto culturale. Una invenzione. Il corteggiamento, la donna idolatrata, il circo vischioso della devozione, li inventarono all’incirca nell’anno Mille i poeti del Sud della Francia, i “troubadours”. Certo, Saffo aveva già scritto 17 secoli prima della tortura dell’amore: «Eros mi squassa il cuore, come vento sui monti piomba sulla quercia». E Catullo si smarriva nel vortice dell’amore che forse è odio: «Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri, sentio et excrucior» (Odio e amo. Per quale motivo io lo faccia, forse ti chiederai. Non lo so, ma sento che accade, e mi tormento). Verso la fine della sua vita, nel 1606, Shakespeare crea Re Lear. E Cordelia. Re Lear mette in gara per il suo regno le tre figlie, darà il potere a chi di loro gli dimostrerà di amarlo di più. Goneril e Regan parlano e parlano, Cordelia, la dolce, sincera, giovanissima Cordelia, dice semplicemente: «Ti amo come una figlia ama un padre, no more no less (né più né meno)». Perderà, Cordelia, il regno e la vita, ma nell’ultima scena il suo corpo lieve, come lieve è l’amore vero, pesa più di un macigno tra le braccia del padre disperato, che solo adesso capisce. Mi domando, vi domando: quante volte l’amore, quello che noi chiamiamo “amore”, è recita? È comodità? È esercizio di potere? È spaventoso atto di egoismo e di ferocia? Fino al 5 settembre 1981, in Italia la legge riconosceva le attenuanti per il “delitto d’onore”. Un massacro autorizzato che ha fatto centinaia di vittime innocenti. Quanti genitori chiamano “amore” il loro bisogno di possedere il figlio? Quanti uomini e quante donne chiamano “amore” la loro angoscia di essere soli, la loro ansia di possesso dell’altro? Quanti mariti che picchiano la moglie chiamano “amore” la loro violenza? E quante mogli picchiate chiamano “amore” la loro connivenza, la loro paura di denunciare, di scappare, di salvarsi? So che sto dicendo cose molto forti e vi chiedo scusa. Ma credo che occorra dirle. Quante madri single che hanno fatto del figlio il loro partner ideale chiamano “amore” la rapina della sua infanzia? Vi invito ad ascoltare i talk show in un giorno qualunque, a leggere un quotidiano in un giorno qualunque. A contare quante volte ricorre la parola “amore”. E a vedere che cosa la parola “amore” maschera, nasconde, rende accettabile, plausibile, persino “buono”. Tutti, tutti coloro che approfittano degli altri, che trattano gli altri come pedine, che li usano, li manipolano, li violentano in tanti modi (non solo con l’abuso), dicono di farlo “per amore”. L’“amore” è la scusa sempre pronta, sempre disponibile. L’amore salva chi dice di aver agito, di agire nel suo nome. È una parola orrenda, “amore”. Adesso. Perché “amore” significa “faccio di te quello che voglio”. L’opposto assoluto dell’amore come ce lo ha insegnato Gesù, come ce l’hanno insegnato certi poeti: io amo te e voglio il tuo bene, e per il tuo bene io mi sacrifico. La tua libertà sono le mie ali, il posto del mio cuore è nel tuo petto, ha scritto Pablo Neruda. Ma noi non accettiamo questo amore, che è l’unico amore degno di questo nome, secondo me. Oh, no. Noi vogliamo amare per possedere, amare per rinchiudere, amare per fare quello che ci pare: impunemente. Questo è l’“amore” oggi: una garanzia di impunità. Ecco, io vi invito a ribellarvi.Vi invito ad amare per liberare l’altro e non per rinchiuderlo dentro la vostra prigione.

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I genitori che usano il figlio per farsi la guerra. L’ex che diventa assassino per gelosia. Il prof che fugge con la studentessa di 15 anni. La cronaca è piena di storie tristi, in cui il sentimento è un alibi per commettere abusi terribili. Smettiamola di chiamarlo amore! Questo è esercizio di potere, recita, egoismo. Chi vuole bene veramente desidera solo una cosa: la felicità dell’altro

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