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Anoressia. Non parliamo più di colpa

di Susanna Barbaglia

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Susanna Barbaglia
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Susanna Barbaglia

Direttrice di Confidenze, congenitamente appassionata di animali, si rilassa scrivendo gialli, ma il...

Mi è stato segnalato il libro "Anoressia, i veri colpevoli" (Book Sprint Edizioni) passato perlopiù in sordina, nonostante si sia guadagnato il premio Cesare Pavese 2013 Medici Scrittori Saggistica. Lo ha scritto Lorenzo Bracco, medico e psicoterapeuta, da trent'anni impegnato nella cura e nello studio di questa patologia, diventata ormai un incubo sociale.

Il focus che mi ha immediatamente catturata è che l'autore sfata i luoghi comuni legati da sempre ai disturbi alimentari ampliando a 360 gradi la ricerca delle cause, che sono davvero multiple e non ancora (se mai potranno esserlo) del tutto chiare.

Dal punto di vista fisico Bracco segnala, per esempio, che il gruppo sanguigno delle adolescenti anoressiche non corrisponde quasi mai a quello della madre e non esclude nemmeno la responsabilità di un parto difficile.

Insomma può essere che anoressiche si nasca e non si diventi? Così come si nasce con le gambe storte o no? Che possa essere un problema genetico? Domande che sto ponendo a me stessa (da almeno 40 anni) e in dibattiti o tavole rotonde nelle scuole e in tv, essendo stata marchiata da quell'orrore dai 13 ai 17 anni, quando in Italia non si sapeva nemmeno cosa fosse l'anoressia.

A chi ne sia interessato, credo sia molto importante dire che ciò che rimane nel tempo di un'esperienza simile, è proprio la difficoltà a superare il senso di colpa. Il senso di colpa di chi ne soffre che è scontato, e quello dei genitori, comunque invocato dall'opinione comune.

Il rapporto con la madre, infatti, è sempre stato additato dagli esperti come il principale responsabile del rifiuto del cibo da parte di una figlia carente di efficace "nutrimento affettivo". In realtà, molto semplicemente, dovete sapere che chi rifiuta il cibo è prima di tutto una persona che non è in grado di tradurre in parole le sue emozioni. Le mamme dovrebbero far conto di avere a che fare con una figlia sordomuta, impossibilitata a esprimere il suo bisogno di dare e ricevere amore. O anche solo di dire: «Io sono qui, mi vedi?».

Se può essere utile il punto di vista di chi l'ha provato, vi dico che concordo con l'autore del libro sull'approccio consigliabile alla madre di un'anoressica o di una ragazza che rischia di diventarlo: insegnarle a parlare di sé e ascoltarla rispettando la sua diversità.

E vorrei aggiungere, senza mai usare né per sé né per lei la parola "colpa".

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