Avere 60 anni e un figlio adolescente

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Flora Casalinuovo

I genitori tardivi, dice l’Istat, sono raddoppiate rispetto a 10 anni fa. E saranno sempre più le donne e gli uomini che, alla soglia della terza età, dovranno fare i conti con un teenager. Un gap eccessivo o un vantaggio?

Tardive, over, âgée. Studiosi e gente comune hanno più volte saccheggiato il dizionario per definire le donne e gli uomini che diventano genitori dopo i 40 anni. L’Istat è riuscito a fotografarli: in Italia 8 bimbi su 100 nascono da madri che hanno superato questa età. Si tratta di oltre 38.000 bebè: nel 2005 erano la metà. E se in tanti hanno già messo sotto la lente il fenomeno al suo debutto, quasi nessuno lo ha raccontato quando i figli crescono e arrivano alla tanto temuta adolescenza. Cosa succede quando in casa gli ormoni dei più giovani si scontrano con gli ormoni in calo della mamma e del papà che si avvicinano ai 60 anni?

L’identikit dei genitori over

Le madri e i padri tardivi fanno parte della cosiddetta “generazione posticipata”: donne e uomini che hanno ritardato l’ingresso nel mondo del lavoro e la creazione di una famiglia. «Le cause sono tante, ma la più forte è la motivazione economica: per chi raggiunge la stabilità professionale ben dopo i 30 anni è normale diventare genitore solo verso i 40» spiega Carla Facchini, docente di Sociologia della famiglia all’università Bicocca di Milano. «Negli ultimi tempi, però, il ritardo non viene più subito, ma è una scelta: le donne approfittano dei tempi di vita più dilatati e vogliono godersi tutte le esperienze che desiderano».

Una scelta consapevole

«Così, quando hanno figli, sono consapevoli della portata della maternità, - continua Facchini - la vivono con giudizio e razionalità. I bambini sono un forte investimento perché desiderati, e quasi sempre rimangono figli unici: questi ragazzi durante l’adolescenza si confrontano con adulti che non si pongono come rivali ma come guide, figure super partes che riescono ad accettare il bisogno di autonomia tipico dei teenager. Ovviamente le singole esperienze possono essere diverse e più conflittuali, ma di certo in queste storie di genitorialità tardiva la famiglia è maggiormente equilibrata: madri e padri sono “risolti” dal punto di vista lavorativo e sentimentale rispetto a genitori giovani e tra le mura di casa si respira compattezza».

Il problema della “doppia crisi”

Adolescenza ed età di mezzo hanno una caratteristica in comune: il cambiamento. «Mentre i figli vivono le normali crisi legate al momento di crescita, le madri subiscono mutamenti fisici ed emotivi dovuti alla menopausa» nota Brunella Gasperini, psicologa clinica. «Questo doppio momento di passaggio in famiglia impatta in modo più importante sulle mamme che sui ragazzi perché il senso di disorientamento dei giovani è passeggero e fisiologico, mentre gli scompensi delle donne over alle prese con i drammi dei figli sono più profondi». Le mamme tardive risultano 3 volte più coinvolte dei mariti nella quotidianità dei figli adolescenti, sono più stanche fisicamente e si trovano a dover combattere per orari di rientro e compiti alla soglia dei 60 anni, quando normalmente si è pronte per fare le nonne.

Il gap generazionale e tecnologico

Per non parlare del gap generazionale e tecnologico, che può essere fortissimo. «Alle mie pazienti consiglio di usare la maturità anagrafica per ribaltare i luoghi comuni e non vedere l’adolescenza solo come ribellione e distacco, ma come una fase di crescita nel rapporto genitore-figlio» aggiunge la psicologa Gasperini. «Un passaggio in cui mettere in campo i punti di forza dell’età: la capacità di esprimere empatia, sostegno, interesse». Anche fingendo di sapere cos’è Snapchat.

Loretta Santini, 57 anni, di Roma: è mamma di Lorenzo, 16 anni 

«Lui reclama la sua autonomia e io divento ansiosa. È difficile sintonizzarsi sui suoi problemi» dice Loretta «Il bambino obbediente e posato sta lasciando il passo a un ragazzo distratto, che ha portato a casa un 8 in condotta e reclama la sua autonomia. E a me piange il cuore: mi destabilizza non sapere dov’è, non riuscire a proteggerlo come facevo prima. Insomma sto diventando ansiosa e l’età non è dalla mia parte, perché non mi sento più saggia e zen di 10 anni fa, anzi. Penso che la distanza anagrafica sia un handicap: non ricordo la mia adolescenza, ho cancellato com’ero, cosa provavo e cosa volevo, quindi faccio davvero fatica a mettermi nei suo panni. Il lato positivo di essere una mamma tardiva? Carriera e sentimenti sono due capitoli risolti: sul fronte professionale ho raggiunto i miei obiettivi e ho trovato un buon equilibrio con il privato e anche con mio marito siamo una coppia ormai rodata, pronta ad affrontare qualsiasi tempesta».

Carla Molteni, 61 anni, di Brescia. È mamma di Sara, 16 anni

«Mi dice “sei vecchia” e forse ha ragione: fatico a parlarle di sesso e accompagnarla a fare shopping» «Io e mio marito abbiamo cercato di diventare genitori per più di 10 anni e quando non ci speravamo più è arrivata Sara, un autentico dono della natura. L’età non è mai stata un peso per me, crescerla fermava il tempo. Poi è arrivato lo tsunami adolescenza e io mi sono trasformata nella sua peggior nemica: “Sei troppo vecchia” è la frase che mi urla sempre prima di chiudersi in camera dopo un litigio. Forse ha ragione: sono troppo anziana per capirla, parlare di sesso o accompagnarla a fare shopping, io che faccio i conti con la menopausa e i chili di troppo, la fatica fisica e la paura che forse non potrò mai fare la nonna. Allora punto sulla saggezza: lascio sfogare Sara, mi rendo trasparente quando invita gli amici, aspetto che la tempesta passi e lei sia pronta ad avere di nuovo un rapporto con me. Sperando che non sia troppo tardi».

Marilù Ferramosca, 57 anni, di Treviso. È mamma di Andrea, 17 anni

«Cerco di essere sempre presente nella sua vita: per lui sono cuoca, confidente. E taxista» dice Maarilù «L’adolescenza? Per mio figlio ha voluto dire perdere la serenità e la spensieratezza di quando era bambino: in questo periodo la sofferenza, soprattutto per amore, accompagna le sue giornate, insieme a tanti interrogativi esistenziali. Cerco di mantenere il contatto e il dialogo, parlandogli con sincerità, dandogli fiducia. E penso che farei lo stesso se fossi più giovane. Lo scoglio più grande è trasmettergli serenità quando io tendo a essere, di carattere, disincantata e pessimista. Ho capito che la strada giusta è la disponibilità: ci sono sempre, non mi dimentico di preparargli la sua torta preferita, non perdo una riunione a scuola e mi trasformo in taxista scarrozzandolo alle feste. Lui ne è felice e mi confessa, ridendo, che le mamme dei suoi compagni di classe anche se più giovani sono meno organizzate e presenti».

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