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Barbie al museo e nel nuovo cartoon

di Enrica Tesio
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In 56 anni ha cambiato 150 mestieri, viaggiato in tutto il mondo e indossato 1 miliardo di abiti. Adesso la fashion doll per eccellenza raggiunge un altro traguardo: si mette in mostra al Mudec di Milano. Ancora convinti che sia solo una bambola?

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In 56 anni ha cambiato 150 mestieri, viaggiato in tutto il mondo e indossato 1 miliardo di abiti. Adesso la fashion doll per eccellenza raggiunge un altro traguardo: si mette in mostra al Mudec di Milano. Ancora convinti che sia solo una bambola?

Capelli: biondi. Occhi: azzurri. Stato civile: eterna fidanzata. Lavoro:  più di 150 impieghi rigorosamente a tempo determinato. Segni  particolari: trasformista. Classe: 1959. Sì, Madame Barbara Millicent  Roberts, Barbie per gli amici, ha 56 anni portati benissimo (ok, si è  concessa qualche ritocchino). Quindi non  chiamiamola “pezzo da museo”. Anche perché di bambole che, come lei, si  sanno adattare tempestivamente ai tempi non ce ne sono altre. La prova? A  dicembre dimostrerà di essere intelligente. O quanto meno di saper  chiacchierare con le nostre bambine. Per Natale, infatti, è  in uscita  Hello Barbie, il nuovo modello con intelligenza artificiale che, grazie a  una connessione wi-fi, potrà tenere una conversazione , rispondere a  domande  (8000, per l’esattezza) ed esprimere opinioni. In attesa di  sentire cosa pensa, non perdiamoci Barbie - The Icon, la mostra evento al Mudec di Milano che, dal 28 ottobre, la vede protagonista.

È RIVOLUZIONARIA   Il posto al Museo delle culture la fashion doll più famosa del mondo se l’è guadagnato sul campo interpretando 50 nazionalità diverse, anticipando le tendenze, passando indenne alle accuse di superficialità e frivolezza per la sua bellezza impossibile e stereotipata. Visto il suo successo intramontabile, a essere superficiali non saranno proprio le critiche?
«Barbie ha fatto storia e la sua nascita ha rivoluzionato le regole del gioco» dice la semiologa Claudia Attimonelli. «Con lei le bambine smettono di accudire i bambolotti in fasce e si identificano con una donna adulta, si proiettano nel futuro, si immaginano alle prese con infinite professioni senza per forza rivestire il ruolo di madre. La Barbie vende un sogno sempre modificabile e personalizzabile».

Un sogno che ha cambiato la realtà e le abitudini, come sostiene la storica del costume Cristina Giorgetti: «È la prima bambola con un mondo intorno, con amici, parenti, fidanzato, ma anche con collezioni di vestiti sempre nuovi, gioielli, accessori, mobili. Si può dire che attraverso di lei abbiamo ricevuto una vera educazione alla creatività e alla fantasia». Non è un caso che con i suoi 30 centimetri d’altezza si siano misurati stilisti del calibro di Paco Rabanne e Gianni Versace, tanto che col tempo le ragazzine sono passate dal voler vestire la Barbie al voler vestire come la Barbie. In questi giorni, per esempio, Pretty Ballerinas propone in collaborazione con Mattel un modello di scarpa unico in edizione limitata che sembra uscito dal guardaroba della bionda tutta d’oro.

Barbie icona della moda, quindi, ma anche fonte di ispirazione per designer e artisti, e ora pure registi. Mentre sta per uscire il cartone musical Barbie in Rock’n Royals, si parla del primo progetto cinematografico in “live action” che avrà protagonista l’eroina della Mattel in carne e ossa, un po’ come accadde per la Lara Croft di Angelina Jolie. A firmare la sceneggiatura sarà Diablo Cody, la scrittrice del fortunatissimo film Juno, chiamata per dare al copione un’impronta anticonvenzionale e irriverente.

È ANTIDEPRESSIVA  Il sorriso di Barbie non è affatto di accondiscendenza, ma di ironia. Forse sorride di noi e noi con lei, anche ora che spopola sui social il profilo Instagram di una fantomatica Barbie hipster, con tanto di occhiali e camicia a quadri. È il progetto di una fotografa di Portland che in 3 mesi ha conquistato più di 1 milione di follower.

«Barbie è antidepressiva» aggiunge Serena d’Angelo, beauty blogger conosciuta in Rete con il nickname Barbie Turici. «È una, nessuna e centomila, astronauta e hostess, manager e first lady. Sono io, siamo noi. Ho una sorella disabile e negli anni ’ 90 la Mattel ha prodotto la bambola anche in carrozzina: il pink power riguarda tutte, in modo sempre diverso. L’artista Mark Riden l’ha rappresentata come una sorta di santa, un culto per le bambine. Io sono una di loro e sto meditando un tatuaggio in suo onore».

Tutte abbiamo giocato almeno una volta alle Barbie, e dico “alle” al plurale perché ci si incontrava con le amichette e ognuna portava il proprio bagaglio di vestiti e suppellettili. La mia preferita aveva i capelli tagliati da me, le ginocchia che si piegavano un po’ innaturalmente al contrario, tipo quelle dei cammelli, e un piede mangiucchiato tipo il retro delle matite. Paola, la mia vicina di casa, possedeva l’ambitissimo Camper. Insieme al Dolce Forno, rimane il più grande rimpianto della mia infanzia. Forse è per quello che temo di andare alla mostra di Milano: nel caso in cui lo espongano, un bell’attacco da sindrome di Stendhal non me lo leva nessuno.

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